La vita e la persona

Le introduzioni sono sempre problematiche quando si deve parlare di personaggi così importanti. Sembra strano che con soli tre dischi, qualche centinaia di migliaia di copie vendute quando ancora era in vita (ora i suoi lavori vendono di più di trent'anni fa), con una vita breve e piena di sofferenza, Nick sia diventato un punto di riferimento importantissimo per un certo tipo di musica. Già, la musica, forse l'unica dolcezza terrena in 26 anni di vita, l'unica compagna rimastagli dopo che l'amore e il successo gli avevano voltato le spalle. Nick non era proprio una persona triste, ma terribilmente malinconica; ci sono i suoi acquerelli acustici, privi di disperazione e colmi di nostalgia, a dimostrarcelo. La voce poi era quasi timida, usciva dalla melodia cercando di non dare fastidio, infondendo nell'ascoltatore una sincera commozione. Un tale personaggio è stato fondamentale per la fusione della musica cantautoriale con il folk britannico, diventando un "profeta" dei sentimenti e un evocatore di sogni. La sua vita interiore era messa a nudo davanti al microfono, come la tecnica chitarristica innovativa e speciale, fatta di ritmiche sghembe, arpeggi meravigliosi, e la vena poetica dolcemente surreale; dovremo allora parlare anche di poesia analizzando le sue canzoni, dal momento che versi così intensi non possono essere allontanati dal contesto musicale. Ma chi fu veramente Nick Drake? Come visse la carriera artistica? Chi gli fu vicino poco prima della morte?
Nick nasce a Rangoon, Birmania, il 19 giugno del 1948. Ben presto la famiglia, formata dal padre Rodney, la madre Molly e la sorella maggiore Gabrielle, dopo un breve soggiorno a Bombay, si trasferisce in Inghilterra, a Tanworth in Arden, cittadina a sud di Birmingham. Nick, che allora ha quattro anni, inizia ad assumere quei tratti tristi e melanconici, tipici della sua futura personalità; sta molto tempo da solo ("Il suo cuore lo portava via, verso i problemi e le sofferenze degli altri; quando sentiva qualcuno soffrire, diventava depresso." Il padre Rodney), ascolta musica classica, mimando i movimenti dei musicisti e fantasticando su miti antichi. La madre ricorda Nick come un bel ragazzo, alto, dallo sguardo sfuggente, pieno di amore e di dolcezza. Studia molto, diventando presto uno dei più bravi alunni della sua scuola; è un bravissimo corridore (soprattutto nei cento metri)e un discreto clarinettista (diventa il direttore della piccola orchestra scolastica). All'età di tredici anni compra la sua prima chitarra; siccome non conosce insegnanti bravi, impara a suonarla da solo, sulle note di Bob Dylan, dei Beatles, dei grandi bluesmen Americani. (Lightin' Hopkins, Muddy Waters, John Lee Hooker).
Circa un anno dopo prendono vita le sue prime canzoni; sono delle ballate blues incentrate su temi come la giovinezza, l'amore, la paura del contatto umano, l'illusione di un futuro felice. ("Scriveva le sue canzoni su una sedia arancione, al buio, cercando di trovare ispirazione nella notte, nel suo silenzio." La madre Molly). A 18 anni frequenta il Fitzwilliams College a Cambridge, e si innamora delle poesie di Black, Verlaine, Baudelaire; diventa un personaggio ammirato dai suoi compagni ("Le sue tasche erano sempre piene di libri di poesie, suonava la chitarra in riva a un fiume, nella notte." Un suo amico del college), una specie di artista maledetto. Nel 1967 fa un viaggio in Provenza e dopo in Nord Africa, dove compone decine di canzoni, per poi tornare a Cambridge con l'intenzione di diventare un cantautore (abbandona infatti gli studi, l'atletica e si trasferisce a Londra); fa ascoltare i suoi pezzi agli amici e diventa in poco tempo la principale attrazione musicale dei pub della zona. Il resto è ormai leggenda. Nel giro di quattro anni ('69-'72) pubblica tre dischi, ("Five leaves left", "Bryter Layter", "Pink moon", più un lavoro postumo con inediti, "Time of no reply"), tutti capolavori, ma fiaschi commerciali. Dal '72 in poi Nick scivola in una depressione tremenda; non riesce più a scrivere canzoni, litiga senza motivo con i suoi amici, diventando così sempre più solo. Pensa spesso al suicidio, ("ma è troppo da codardi" come confesserà a una sua amica) decide addirittura di smettere con la musica per poi trasferirsi a Parigi, dove riuscirà per pochi mesi a ritrovare stimoli per continuare a vivere. Ma la tragedia è dietro l'angolo. Il 25 Novembre del 1974 Nick viene trovato morto nel suo letto a Tanworth in Arden per un overdose di sonniferi mischiati con il Tryptizol, un anti depressivo. Il medico dice che si tratta di suicidio, ma questo non potremo mai saperlo con certezza. Si spegne così, come tanti altri musicisti più famosi, la vita di Nick Drake. Noi lo ricordiamo come appare sulla copertina di "Bryter Layter": seduto con la chitarra sulle ginocchia, capelli lunghi, viso sfuggente. Non ci ha regalato molti sorrisi, ma soltanto 40 canzoni che hanno fatto la storia della musica. Molto si è scritto sulla triste esistenza di questo artista; pochi però lo hanno capito veramente. Leggiamo e amiamo i suoi testi; tali parole sono le più sincere che Nick abbia mai scritto.

I DISCHI

"FIVE LEAVES LEFT" (1969)
E' il primo disco di Nick. Era una sera del dicembre del 1968. Ashley Hutchings, bassista dei folk-progers Fairport Convention, entrava nel Rondhouse, un locale di Londra, e vi incontrava Nick seduto timidamente sul palco con una chitarra. Cantava con voce tremante di fronte a non più di cinquanta spettatori. Ashley notò subito la voce del giovane e il suo atteggiamento sfuggente: avrete già capito come andò a finire. Nick, proprio grazie all'incontro con Ashley, riesce a contattare il produttore Joe Boyd (Pink Floyd, Incredible String Band) e a firmare un contratto con la Island Records (vi dicono niente gli U2 e Bob Marley ?). Ciò che impressionò Boyd furono le melodie di Nick, il suo modo scomposto di suonare la chitarra, la voce per niente cristallina e lucida, ma soprattutto le canzoni. Nick si trovò in studio già con le idee chiare; voleva fare un disco non troppo appesantito dagli archi (mandò via infatti Richard Hewson, l'arrangiatore scelto da Boyd per il disco), specchio fedele della tensione, della paura e della gioia che un ventenne provava di fronte al suo sogno. Voleva insomma sacrificare il suono e sostituirlo con il sentimento, solo chitarra e voce a guidare dieci canzoni scritte in pochi mesi. Alla fine però scelse come arrangiatore un suo vecchio amico del college, Robert Kirby, iniziando così a registrare i pezzi in una stanza spoglia e fredda. Erano della partita anche Richard Thompson, sopraffino acoustic-man ex Fairport Convention, e Danny Thompson, bassista dei pazzoidi Kaledoiscope. Si inizia con "Time has told me"; un elegante fraseggio acustico accompagna tutto il pezzo, il piano soffia appena in sottofondo, la voce è distante e profonda come il testo ("Un giorno il nostro oceano troverà la sua spiaggia"...... "Sei un'anima senza impronte, una rosa senza spine"). Il secondo pezzo, "River man", drammatico e sentito, si snoda attraverso linee chitarristiche jazzate, imprigionando l'emozione sotto l'arrangiamento dolcissimo degli archi; la voce è sempre più centellinata e sfuggente, un vero pianto di amore ("Betty pregava che il cielo scoppiasse, così poteva nuotare insicura nel fiume, nell'estate"). In "Three hours" compaiono le percussioni, la melodia vocale rincorre intrecci chitarristici limati da una rara tecnica esecutiva, per sei minuti di parole oniriche e sghembe ("Tre ore lontano da Londra: Giacomo è libero, e porta le sue pene in fondo al mare, dove cercherà una storia mai raccontata"). Il quarto pezzo è "Way to blue", lirismo allo stato puro, tutto impreziosito dai soli archi e da un testo meraviglioso ("Perchè non puoi credere a una luce in mezzo agli alberi? Trova la tua rima; noi aspetteremo davanti al tuo cancello, ciechi come la speranza). "Day is done" è un delizioso quadretto sul tempo che passa, dominato da un arpeggio dolce e dagli archi che si impennano drammaticamente sulle parole ("Quando la notte è fredda alcuni fuggono, altri invecchiano solo per dimostrare che l'oro della vita è troppo lontano). In "Cello song", triste e interiore, Nick scrive come un Dio ("Sembri cosi fragile nel freddo della notte, quando le braccia dell'amore escono a combattere e la terra affonda la sua tomba sulla cresta di un'onda). La raffinatezza di un flauto e di un violoncello avvolge "The thoughts of Mary Jane", l'episodio più toccante e sincero del disco ("Chi può conoscere il motivo del suo sorriso, i suoi sogni, quando viaggiano per miglia e miglia, il suo portamento da principessa, il suo strano mondo di anelli colorati?"). "Man in a shed" ha un andamento jazzato, merito soprattutto del contrabbasso e del piano spezzato, ma si apre ariosamente nel ritornello. Forse la canzone meno interessante. Si prosegue con "Fruit tree"; la voce squarcia la bella melodia arrangiata da Robert Kirby (il violino in sottofondo è da brividi) e pronuncia versi stupendi ("La vita è un ricordo di tanto tempo fa, un teatro di tristezza per uno spettacolo dimenticato"........"Albero da frutto, nessuno ti conosce meglio della pioggia e dell'aria. Non ti preoccupare: ti sorveglieranno anche quando morirai"). L'ultimo pezzo è "Saturday sun"; aleggia l'ombra di Tim Buckley fra le note del piano e del vibrafono, mentre la melodia tipicamente soul si intreccia con la chitarra liquida di Nick. Il disco, anche se incoraggiato e lodato dalla critica, non ebbe successo. Noi lo ricordiamo come il miglior esordio della storia, e ci meravigliamo che all'epoca Nick avesse solo ventun'anni.

"BRYTER LATER" (1970)
Il disco viene registrato esattamente un anno dopo il debutto. Nick in quel periodo era molto depresso per l'insuccesso di "Five Leaves Left", ma nonstante ciò riuscì a scrivere dieci pezzi in soli due mesi. L'atmosfera che si respirava in studio non era delle più allegre, sia per lo stato di Nick, sia per il freddo glaciale che l'inverno Londinese scatenava nella piccola Hampstead room, una stanza minuscola trasformata in studio di registrazione al piano terra di un edificio Vittoriano. Intervengono ancora Richard Thompson, il pianista Paul Harris, e anche John Cale, tuttofare in casa Velvet Underground. Lo strumentale "Introduction" apre il disco, ma la prima gemma è la seguente "Hazy Jane II"; grande la chitarra pizzicata di Thompson, intrigante la tromba in sottofondo, mentre la voce spezza gli schemi metrici per decantare strani quadretti ("Tutti i tuoi amici di una volta ti hanno scaldato al sicuro fra i libri e i dischi della tua vita"). La vena di Nick è in forma smagliante come dimostra "At the chime of a city clock", terzo pezzo dell'album e autentico capolavoro poetico. La linea melodica ricorda il Tim Buckley di "Goodbye and hello", il sassofono scurisce un pezzo notturno e dolcissimo come la storia narrata ("Il clown della città presto cadrà senza un viso dietro cui nascondersi. Solo Sonny Boy, pallido come come il fumo che vende, potrà aiutarlo"). Questo pezzo da solo vale tutto il disco. Nella seguente "One of these things first" il piano viaggia libero e sognante, avvolgendo il bel fraseggio chitarristico; una canzone che Nick avrebbe definito come la più personale e sentita da lui mai fatta. "Hazey Jane I" ha un bel tappeto percussivo e un arpeggio acustico ipnotico; tutto è immerso negli archi, qui forse troppo invadenti, e nella voce sempre più trasparente. La title-track è uno strumentale piacevole, con flauto, chitarra e archi, senza troppe pretese. I tre minuti di "Fly" accecano per la bellezza della melodia e del testo ("Ti prego, dimmi come ti chiami, suonami la tua ultima canzone; sono caduto così lontano che ho bisogno della tua stella almeno per un giorno"). "Poor boy" è notturna e jazzata, un affresco delicato di quasi sette minuti con cori femminili e sezione fiati. ("Nessuno sa come il vento soffia freddo e fa tremare le mie gambe, come le scale sono ripide e scoscese."). Il penultimo pezzo, "Northern Sky", vive tutto sull'organo e il piano di John Cale; la melodia è struggente come le parole ("Non mi sono mai sentito così pazzo, non ho mai visto la luna percepire i pensieri del mare; ma ora che sei qui illumina il mio tramonto"). Chiude l'album lo strumentale "Sunday", sospeso e raffinato. Il disco vende allora soltanto 15.000 copie, ma la stampa grida al capolavoro. (Rolling Stones lo definisce "il trionfo dell'ecletticismo, perfetto e magico").

PINK MOON (1972)
Il capolavoro di Nick. Un disco tutto acustico composto in un periodo terribile (il fiasco commerciale di "Bryter Layter", l'abbandono di Joe Boyd, l'amico di sempre, la cura da uno psichiatra), quando ormai la depressione sembrava inarrestabile. Undici pezzi uno più bello dell'altro, undici testamenti musicali e poetici che schiacciano il cuore. Inutile elencarli tutti. La voce non è mai stata così pulita e commuovente, la chitarra mai così partecipe ed espressiva. Il capolavoro è a mio parere "From the morning": solo un arpeggio magico, quasi Dylaniano, e la voce. ("Guarda gli scorci, le sere d'estate senza fine; assorbi quel gioco che hai imparato"......."E' sorto un nuovo giorno, ed era meraviglioso. Poi lei avvertì la notte, e l'aria era meravigliosa, una coda illuminta senza fine") Due anni dopo Nick moriva.