Peter Handke
IL MIO ANNO NELLA BAIA DI NESSUNO
Risvolto
Cogliere attraverso la scrittura il semplice presente, il
momento che stiamo vivendo, l’istante senza miti: è il
progetto di Gregor Keuschnig, che fu protagonista di “L’ora
del vero sentire” e narratore di “Il mio anno nella baia di
nessuno”.
Dunque, il personaggio centrale del romanzo più ampio e
ambizioso di Peter Handke si ritira nella “baia”, una
località nei pressi di Parigi, per dare forma a un progetto
che vive soprattutto di infinite diversioni e metamorfosi.
In primo luogo ci sono i paesi del mondo, i luoghi e i
viaggi di cui Handke è magistrale cantore.
C’è l’arte del raccontare, riscattata dal logoramento e
ricondotta alla sua essenza più vera.
Ci sono la musica e l’architettura, che si riflettono nella
costruzione e nella struttura del libro.
C’è lo scorrere del tempo, la fragile intermittenza di
sensazioni, emozioni e sogni, e un io che prende la parola.
C’è il desiderio di essere semplici spettatori, per farsi
poi, come sempre, implicare nel gioco.
Ci sono, tanto inafferrabili quanto emblematiche, “le
storie degli amici”: il cantante, il lettore, il pittore,
“la mia amica”, il carpentiere, il prete ma anche “mio
figlio”... Aereo, incisivo, rivelante, incidentale, “il mio
anno nella baia di nessuno” è un romanzo che spinge la
scrittura ai suoi limiti estremi, per ritrovare la verità
del racconto.
Incipit
Finora nella vita ho sperimentato la metamorfosi una volta.
Prima, essa era per me soltanto una parola, e quando allora
cominciò, non con tranquillità ma tutto d’un colpo,
inizialmente la presi per la mia fine. Mi colpì come una
condanna a morte. D’improvviso al mio posto non c’era più un
essere umano, c’era invece un aborto per il quale, a
differenza dei noti racconti grotteschi della vecchia Praga,
non esisteva neppure la fuga nelle visioni, per quanto
orribili. La metamorfosi mi piombò addosso senza neanche
un’immagine, unicamente come strangolamento. Una parte di me
impietrì. Con l’altra parte tirai avanti, come se nulla
fosse. Così una volta vidi un passante, scagliato in aria da
una macchina, atterrare su entrambi i piedi al di là del
cofano e avanzare ancora, di punto in bianco, almeno di
alcuni passi. Così mio figlio, quando sua madre si accasciò
a tavola, smise di mangiare solo per quell’attimo e continuò
poi a masticare in solitudine, dopo che il corpo venne
portato via, finché il piatto fu vuoto. E anch’io del resto,
quando l’estate scorsa caddi da una scala: subito vi
risalii, o ci provai. E di nuovo io, soltanto l’altroieri:
dopo che la lama del coltello a serramanico mi aveva quasi
tranciato l’indice con un taglio profondo che mi fece
intravvedere brevemente tutti gli strati di carne fino
all’osso, mentre tenevo la mano sotto il getto dell’acqua in
attesa del sangue, con l’altra mi lavavo accuratamente i
denti.