| "Mi chiamo Akayama Noriko, ho ventuno anni e lavoro al Tokkyu Department Store di Shibuya come addetta agli ascensori. Dopo aver finito la scuola ho lavorato per alcuni mesi in uno dei convenient-stores della catena Nikko-Mart ma poi mio padre mi ha obbligata a lasciare quel posto. Lavorare in un negozio aperto ventiquattr'ore su ventiquattro comporta la sgradita certezza di avere dei turni notturni ed i miei genitori mi vogliono sempre a casa entro le undici. Così, dopo aver dato le dimissioni da quel lavoro, grazie al fatto che mia madre è una lontana cugina di un pezzo grosso del grande magazzino, ho ricominciato con questo. Tutte le mattine mi alzo alle otto e faccio una doccia. Dopo aver fatto colazione vado in camera a vestirmi e truccarmi. Il trucco nel mio lavoro è molto importante. Il cliente si rilassa ed è più ben disposto a spendere se gli addetti del magazzino sono curati e ben vestiti. Per fare tutto questo impiego quasi un'ora, poi prendo la bicicletta e pedalo veloce sino alla stazione ferroviaria dove la lascio nel mio posto riservato (devo ricordarmi di pagare la quota del mese entro fine settimana, 3.000 yen). Prendo il primo treno che arriva e, dopo essermi seduta nel mio posto preferito, nell'angolo in fondo a destra, tolgo dalla borsetta una rivista e comincio a leggerla. Il viaggio non è lungo, solo quaranta minuti, e così, nel giro di poche pagine, è già finito. Scesa dal treno sono sempre travolta dalla marea di gente che si muove nella stazione. Anche se sono anni ormai che lavoro nello stesso posto e faccio lo stesso tragitto ogni mattino, quando mi trovo avvolta da tutte quelle persone che vanno non-so-dove mi lascio prendere da un senso di sconforto e di vuoto. Mi chiedo sempre dove vadano a finire con le loro vite stanche, con la loro attività frenetica, con i loro occhi addormentati ed i visi agitati ma non trovo mai una risposta. Il mio posto di lavoro è all'interno della stazione, curioso vero? Così non devo fare molta strada a piedi e se piove non mi bagno mai. Dopo aver timbrato il cartellino mi presento al responsabile del mio settore e salgo sull'ascensore su cui lavorerò tutto il giorno. Abbiamo quattro ascensori, tutti uguali, così mi è indifferente a quale vengo assegnata. Quando vi entro, ogni mattino, controllo che tutto sia in ordine, che i corrimano siano lucidi e che le donne delle pulizie non abbiano lasciato ditate sulle pareti a specchio. Nei minuti precedenti l'apertura al pubblico mi rassetto la gonna, controllo che i bottoni della camicetta siano ben allacciati, le calze a posto, i guanti bianchi immacolati. Mi guardo attenta allo specchio per vedere se il trucco presenta qualche difetto, durante il viaggio in treno può capitare, e se il mio cappellino di paglia è ben messo. I minuti dell'attesa mi innervosiscono sempre un poco. Sarà perchè temo sempre di essere colta in difetto da qualche cliente o dai nostri ispettori, sarà perché i primi clienti sono sempre i più impazienti, i più nervosi. Per loro l'ascensore non sale mai abbastanza velocemente e, anche se volto loro le spalle e non li guardo mai in faccia, posso sentire cento occhi puntati su di me ed i loro sbuffi di premura. Continuo a salire e scendere con l'ascensore carico di gente per tutto il giorno. Ad ogni fermata esco per prima, annuncio il piano, mi inchino dinanzi ai clienti che escono e dico ad alta voce, per il pubblico che è in attesa, se il mio giro sta scendendo o salendo. Ripeto le stesse frasi all'infinito, ripeto in continuazione gli stessi gesti e l'espressione del mio viso è congelata in un sorriso senza gioia. Talvolta qualche cliente mi chiede a quale piano si trova il tal prodotto, solo allora mi risveglio dalla trance che mi prende quando sto lavorando. Il mio lavoro non mi piace, non è molto divertente, è terribilmente monotono, senza momenti di allegria o sorprese. Mi ricordo il giorno e l'ora in cui è successo qualcosa di diverso dal solito. Quella volta in cui una signora ha rotto due bottiglie di costoso vino francese, quella in cui un uomo ha toccato il fondo schiena ad una signora e le urla di questa o quando una vecchia signora si è sentita male ed io l'ho dovuta sorreggere per un paio di minuti. Il mio mondo è tutto qui, in questi pochi metri quadrati di alluminio, specchi e stoffa. Null'altro. Il mio è un territorio solitario. Ci siamo solo io e l'ascensore. Le persone che trasporto non contano, ai miei occhi non sono altro che merce da portare da un piano all'altro. Nulla più. Durante la pausa per il pranzo vado a rinchiudermi in un piccolo ufficio del secondo piano. Per risparmiare mi porto sempre qualcosa da casa. Qualcosa di leggero, come due onigiri o dei sandwiches al formaggio, altrimenti, durante la digestione, potrei avere un attacco di sonnolenza e col mio lavoro non me lo posso permettere. Dopo il break, vado in bagno a controllare il mio make-up e sono pronta per ricominciare. Sono molto amica di una collega che fa il mio stesso lavoro. Lei è di un piccolo villaggio vicino a Kagoshima ed i suoi genitori sono contadini. E' scappata in città per fuggire alla dura vita dei campi e la posso ben capire. Sarebbe stato un vero peccato vedere le sue belle mani screpolate e gonfiate dai lavori manuali. Amy, le piace farsi chiamare così, dice che questo lavoro le piace, è divertente. Le dà la possibilità di vedere tanta gente e di conoscere un sacco di persone. In particolar modo bei ragazzi. Lei è un tipo facile. Le basta scambiare qualche parola con un ragazzo e, se le piace, gli lascia il suo numero di telefono ed è fatta. Dice che sta cercando l'uomo della sua vita, così fa l'amore con tutti i ragazzi che le piacciono. Dice sempre che per sposare qualcuno lo si deve conoscere molto bene e lei ritiene di poter capire una persona solo se ci fa l'amore. Quando si è nudi non ci si può nascondere, si è solo ciò che si è realmente, senza finzioni né mascherature. Mi è un po' difficile essere d'accordo con lei in questo campo ma è una buona amica con me e quelli sono solo fatti suoi. Io pure non ho un ragazzo fisso. Ho avuto alcune storie durate pochi giorni o pochi mesi ma niente di stabile. Solo fuochi di paglia. L'ultimo è stato un commesso del reparto abbigliamento maschile. Una volta l'ho aiutato a trasportare al suo piano alcuni scatoloni e così abbiamo scambiato quattro chiacchiere. Era un tipo simpatico, abituato a trattare con la gente così, alcuni giorni dopo, quando mi ha invitata ad uscire a cena con lui, ho accettato. Siamo andati alla Ginza ed abbiamo scelto un ristorante italiano "Da Alfio", carino e non costoso. Abbiamo mangiato bene ma nessuno di noi aveva appetito. Io volevo cercare di conoscerlo meglio, lui pensava solo in quale love-hotel andare dopo cena. Non lo diceva apertamente ma glielo potevo leggere chiaramente sul viso. Quando siamo usciti dal ristorante ha chiamato un taxi e gli ha detto un indirizzo, non ricordo quale. Senza più dire una parola siamo andati in quell'hotel ed abbiamo fatto l'amore. Forse a lui è piaciuto, io l'ho fatto solo per non deluderlo. Dopo mi ha accompagnata alla più vicina fermata della metropolitana, un saluto frettoloso e se ne è andato via veloce. Quando sono arrivata a casa mi sono spogliata subito, ho indossato il mio accappatoio di Laura Ashley e sono andata in bagno. Ho riempito la vasca sino all'orlo con acqua bollente e mi ci sono immersa dentro. Come una bambina mi sono messa a giocare con una piccola anatra di plastica che ho da molti anni. Che ridere. Mi sono subito sentita meglio anche se sentivo scendere lungo il viso delle lacrime. Era tanto che non piangevo, che strana sensazione sentire sulle labbra quel sapore aspro e ormai così poco familiare. Mi ricordava di quando, molti anni prima, mia madre non voleva comprarmi qualcosa ed io mi disperavo e piangevo con forti singhiozzi. Comunque sia, dopo quella sera, siamo usciti altre due o tre volte ed abbiamo ripetuto lo stesso rito. Poi ha cambiato lavoro e non ci siamo più visti. Per mia sfortuna oggi e' come allora, mi sento sola e, come una bambina, ho bisogno di qualcuno che mi stringa forte quando si fa buio. |