Per Kant, la risata è la maniera in cui l'uomo libera "una nervosa
aspettativa del nulla". Se ripenso al mio amico Giona, e a quanto e con
quanto gusto ridemmo nei nostri anni migliori, mi tocca ammettere che il
nulla kantiano, dopo essere stato da noi liberato alquanto felicemente,
ci si è ritorto contro secondo l'effetto boomerang.
Si è ritorto contro Giona, in primo luogo, che, da quel ragazzo
solare che era, è andato via via trasformandosi in un rottame umano,
in un mentecatto che trascorre ormai i suoi giorni sbavando su ritagli
di giornali e vecchi appunti ingialliti: un materiale fattografico di inezie
"ridanciane" che lui mostra, tutto tremante, agli imbarazzati visitatori
occasionali.
L'archivio del mio amico s'incentra su un unico tema, e le singole
"voci" hanno tutte il medesimo tenore. Sotto la lettera 'B', ad esempio,
troviamo:
Bangalore. I contadini dello Stato dell'Unione Karnataka,
nel sud dell'India, protestano da anni contro la politica a-
graria del governo di Nuova Delhi. Ma né le dimostrazioni
pacifiche, né tantomeno le azioni violente, hanno mai
dato
frutti.
Ieri, infine, una rappresentanza di circa ventimila contadini
si è assemblata davanti alla sede del parlamento. Lì
i dimo-
stranti hanno preso a ridere a tutto volume, proseguendo per
ore. Un'insolita forma di protesta. Un paio di migliaia di
poliziotti è rimasto a guardare inerte lo sconcertante
spetta-
colo: perfino in India non esiste una legge che proibisca la
risata...
L'ossessione di Giona per il riso, per la "passione senza nome", per
la "smorfia sul volto" che - secondo Hobbes - indica un trionfo immaginario
(senza che si sappia bene su chi o su che cosa si fosse trionfato), deve
essersi sviluppata in lui a mano a mano che nella sua povera vita si andavano
assommando le disgrazie e i contraccolpi dolorosi. La disoccupazione cronica,
gli innumerevoli malanni (gastrite, fitte alla schiena, mal di denti, piede
equino), la morte prematura del padre, una misteriosa epidemia tra le galline
del suo orticello, l'indomabile isteria della madre, le snervanti paranoie
della sorella... tutte cose che, certo, hanno contribuito non poco a imprimergli
sulla faccia questo riso cadaverico che oggi lo contraddistingue.
In altre parole, è come se il mio gemello della gioventù
avesse voluto ridersi a morte. Il suo - posso testimoniarlo - non è
mai stato un riso offensivo; ma caustico, questo sì: una sorta di
ironia bonaria in risposta all'ironia cattiva di un mondo che, chissà
perché, gli è sempre stato ostile. Il mondo lo ha preso a
calci, ha stracciato la sua buona fede, ha sputato sulla sua bontà
innata... e lui si difende ridendo. La risata di un innocente sulla forca.
Per dirla con Friedrich Nietzsche: il mio amico ha finito per mettere su
la maschera di chi può permettersi "di essere maligno con tranquilla
coscienza".
Già! Ridere dell'insensibilità algida e irremovibile
dell'esistenza... Povero, povero ragazzo!
Prima d'imbattermi in Giona, avevo già intuito quale saggezza
filosofica facesse da sfondo alle comiche di Charlie Chaplin e di Buster
Keaton. Questi omini dai movimenti un po' meccanici, che arrivarono a fare
la caricatura di dittatori e generali (cosa che alla loro epoca richiedeva
coraggio), conferirono al mio sorriso un'impronta d'intelletto. Fu però
Giona ad attirare la mia attenzione sul ridicolo che ci circondava, sull'assurdità
che impregna la vita di tutti i giorni. Fu lui a svelare per me, durante
le nostre passeggiate dei vent'anni spensierati, la contraddizione davvero
eclatante di questa società che da una parte predica la dottrina
del lavoro, della dedizione alla famiglia e dell'austerità più
assoluta, mentre dall'altra spende e sperpera tra mille scandali, inciampando
e cadendo di continuo proprio come una delle macchiette del cinema muto.
L'interesse di Giona per i pasticci linguistici, per le insalate sintattiche,
per i capitomboli dei reggitori del sistema, assurse pian piano a livelli
di reale morbosità. A quel tempo (correvano i famigerati anni Ottanta)
imperversava il "politichese", e un termine come bronzofaccite - allora
parecchio in voga - non poteva che far subito parte integrante del vocabolario
gionesco; vocabolario che, peraltro, era già infarcito dei tanti
neologismi forgiati dalla sua strambissima fratellaglia. A casa di Giona
si dice subitofuoco e s'intendono i fiammiferi, smokies sta per sigarette,
supercargos per grossi mezzi di trasporto, ecc.
A un occhio attento come il suo non potevano sfuggire insegne quali
'Calzaturificio Scarpace', 'Cardiologo Bonocore' o 'Avvocato Buttafoco'.
E, grazie a lui, anch'io potei infine rendermi conto di ciò che
non quadrava nei nostri due vicini di casa Salvo Rinuncia e Fortunato Trapasso:
recavano nomi che, con il loro significato tutt'altro che recondito, ne
influenzavano l'abituale comportamento sia per strada che in famiglia e
sul lavoro.
Una delle mie insegne preferite era 'Alla morte del pollo', mentre
Giona prediligeva le indicazioni su muri o su improvvisati cartelli che
denotavano la scarsa cultura dei loro autori ('Lasciare libbero il pasagio',
'Pesceria', 'Univessità degli Studi'...). Fu in quei giorni che
lui cominciò ad annotarsi ogni cosa. Arrivò a mettere insieme,
su un semplice quadernetto di scuola, una fittissima costellazione di curiosità
lessicali che, secondo i suoi proponimenti, avrebbero dovuto tirarlo su
di morale nei frangenti più disperati. Il pezzo sicuramente più
pregiato della sua collezione era e rimane quel
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che ci affascinò per anni, costringendoci a tornare più
e più volte nella stessa stradina, davanti alla stessa officinetta,
per contemplare increduli l'obsoleta scritta; naturalmente ridendo a scrosci.
Sempre più spesso capitava che irrompesse a casa mia per mostrarmi
le ultime sue "scoperte", cioè le bazzeccole che gli avevano solleticato
l'umore. Oggi ne rammento solo alcune, e voglio riportarle su queste pagine
fintantoché la memoria mi sorregge. La frase di un cronista di ciclismo:
"Pozzetti e Manigoldi hanno preso la testa e non vogliono più mollarla."
Il trafiletto su un quotidiano che riferiva di uno scassinatore messo
in fuga da forti scoppi di risa incisi su nastro magnetico (ingegnoso sistema
antifurto escogitato dal proprietario di una boutique). La tragicomica
vicenda di una coppia di rapinatori sordomuti e analfabeti che, a gesti
e con suoni inarticolati, tentarono di farsi consegnare del denaro dall'impiegata
di una banca e in ultimo, spazientiti perché non compresi, si strapparono
la calza dal viso...
Tutti questi elementi, questi eventi, questi inimitabili scivoloni
della specie umana parevano essere stati ideati apposta per deliziare il
nostro palato, e quello di Giona in particolare. Ma la vita, quella "seria",
prosegue imperterrita e con un cinico scrollare di spalle, e il riso, ancor
più che le parole, è quasi sempre soggetto a clamorosi fraintendimenti.
Nei vari impieghi in cui si provò (portaborsa, operaio di fabbrica,
factotum per un docente di lettere omosessuale, spazzacamino), Giona cercò
di comunicare la sua visione della realtà a tutte le persone con
cui veniva a contatto. Ma, poiché nessuno di loro si ritrovava a
navigare sulla sua stessa lunghezza d'onda, fin da subito si vide affibbiata
l'etichetta del pazzariello, dell'acchiappamosche, dell' "individuo poco
affidabile".
Si dice (e forse è vero) che né gli animali né
gli angeli ridono mai. Nella risata è contenuto un che di diabolico,
e il demone che s'impossessò del mio amico avrebbe fatto di lui,
inevitabilmente, un invalido dello spirito.
Costretto a vivere nel purgatorio della nullatenenza, Giona approfondì
la sua recherche sull' "assurdo della vita" dedicandosi a tempo pieno allo
studio delle lingue straniere. Dapprima si concentrò sul castigliano
(che, per ragioni di ordine oscuro, reputava assai divertente),
e di questo idioma arrivò a saper snocciolare intere frasi. Poi
approdò all'esperanto, e bisognava sentire che amenità uscivano
dalla sua bocca!... Dall'esperanto all'interlingua fu un passo breve, e
ben presto soltanto io e pochissimi accoliti potemmo seguirlo nelle sue
lunghe tirate, nei suoi scherzosi monologhi che suonavano come messaggi
in codice cifrato.
Con la fida radietta a onde corte, era solito sintonizzarsi su un'emittente
finlandese esplicitamente per seguire le Nuntii Latini. Ovvero: news in
lingua latina. E si sbellicava dalle risa nell'ascoltare l'ostica lingua
dei nostri avi applicata alla realtà odierna. Tennis = teniludium.
Integrazione europea = redintegratio Europaea... E, ancora: incrementum
populi terrestris; fames Africanorum... Per tacere di: "Oclahomae, in urbe
Americae septentrionalis, die Mercurii ictus terroristicus in historia
Civitatum Americanae Unitarium omnium gravissimus accidit." (La notizia
dell'eccidio provocato dallo scoppio di una bomba a Oklahoma City).
Nel frattempo non eravamo più due giovanissimi rampolli. I nostri
vent'anni passarono in un baleno e io, dicendo addio all'età degli
scherzi, decisi di sbarcare su altri lidi. Inutile dire che andai
assumendo sempre più i modi e l'aspetto "seri" richiestimi dalla
società governata dagli adulti. Cominciai una nuova vita. Ogni tanto,
però, tornavo nella mia città d'origine, carico di
nostalgia. E, durante quelle occasionali puntatine, mi toccava dover constatare
l'aggravarsi della salute di Giona. Più il mio gemello di una volta
sembrava star male da cani, e più rideva. Rideva, rideva...
Il Novecento era stato aperto da Henri Bergson, il filosofo dello "slancio
vitale", con un saggio dal titolo Le rire. Bergson definiva il riso "un'impertinente
sfida alla speculazione filosofica", contrapponendosi perciò a Nietzsche,
il quale aveva invece assunto il riso quale arma contro le trappole della
storia e contro il moralismo sfegatato. ("Il riso: questo libero spirito
burrascoso che danza sulle paludi e sulle tetraggini quasi fossero prati.")
Senz'altro, Nietzsche rimane "il meno tedesco dei filosofi tedeschi".
Se soltanto il mio amico avesse letto qualcuno dei suoi libri, avrebbe
potuto rispecchiarsi senza difficoltà nella folle saggezza del celebre
Friederich-Zarathustra. Ma Giona i libri non li leggeva mai. Leggeva solamente
le insegne dei negozi, le targhe di ottone, gli annunci del televideo:
tutte bagatelle che al sottoscritto non interessavano più minimamente.
Oh, quante, quante volte mi biasimò per essermi trasferito nelle
latitudini settentrionali! Se ci rifletto bene su, a lui il mio nuovo abito
caratteriale doveva apparire grigio e monotono come può esserlo
soltanto un lungo inverno mitteleuropeo.
Inutile dire che, dopo aver assimilato (in un tempo straordinariamente
breve!) le principali nozioni del tedesco, giudicò tale lingua "stancante
e assolutamente priva di umore". E quando - molto di rado - credeva di
individuare una parvenza di riso anche nel rigido animo dei popoli germanici,
si affrettava a comunicarmi la "sorprendente novità". Di seguito
trascrivo lo stralcio di una delle sue lettere:
"Le barzellette svedesi non sono divertenti e mancano pu-
re di tatto!" Così il giornale danese 'Politikon'
ha commen-
tato la minaccia dei "cugini" scandinavi di voler bombardare
la Danimarca con barattoli di aringa affumicata, specialità
invero nauseabonda che soltanto gli svedesi ritengono invece
succulenta.
La tensione tra Svezia e Danimarca, che dura fin dall'epoca
vichinga, è esplosa negli ultimi giorni più forte
che mai. I
danesi hanno sempre considerato i loro vicini di casa come es-
seri assolutamente privi di sense of humor, e la minaccia sve-
dese di bombardare la Danimarca con pesce mal olezzante
sembra voler comprovare il loro radicato parere. Il quotidia-
no 'Jyllands Posten' ha addirittura pubblicato un'inserzione
in cui s'invitano i lettori a dare testimonianza di aver mai
incontrato "uno svedese cui sia riuscito almeno una volta a
es-
sere divertente."
La strana "guerra" è scoppiata a causa del progetto di
costru-
zione di una centrale atomica a Barsebaeck, nel sud della Sve-
zia. Nell'eventualità di un brutto contrattempo, la centrale
met-
terebbe a repentaglio non solo la vita degli stessi svedesi,
ma
anche quella di molti milioni di persone che abitano in Dani-
marca.
Alla minaccia di bombardamento con aringhe, la rivista dane-
se 'Extra Bladet' ha replicato con un'azione notturna,
facendo
piazzare attorno alla criticatissima centrale una gran quantità
di formaggio 'gamle ole' ultrastagionato, dal profumo alquan-
to pungente. Si spera che il conflitto continui su questo piano,
senza l'uso di armi peggiori...
Ovviamente, fin dal giorno della mia partenza Giona si provò
a capire il carattere delle genti nordiche - e dei tedeschi in special
modo. E ovviamente tutti i suoi sforzi si risolsero in una sconfitta. A
me era solito ripetere, con tono triste: «Come loro, anche tu finirai
per disimparare l'allegria.»
Volendo dimostrargli che sul conto della mia patria adottiva si sbagliava
di grosso, lo invitai a partecipare insieme a me al Carnevale di Colonia.
Con mia grande sorpresa, lui accettò l'invito: ed eccoci insieme
in un'insalubre nebbiolina che fa tanto Medio Evo, nell'intreccio di vicoli
e vicoletti bui.
Ci buttammo nell'indescrivibile orgia del Martedì Grasso e,
a imitazione della massa di Teuti, scolammo una gran quantità di
birra. E, sì, ridemmo, ridemmo... A manifestazione conclusa, tuttavia,
Giona si chiuse in un mutismo che denotava la sua profonda delusione. Poco
prima di risalire sul treno che lo avrebbe riportato a casa, fece questo
commento: «Togli loro l'alcool e vedrai che la loro lietezza svanirà
di colpo. Togli loro la maschera e vedrai che sotto la maschera portano
una maschera.»
Beh, comunque fosse, col tempo il mio amico avrebbe scoperto una vena
di umorismo anche nei "freddi Germani", e ciò attraverso certi annali
e almanacchi che andò a consultare nella biblioteca comunale. Ecco
un paragrafo che mi traspose quasi a voler rincuorare se stesso, oltre
che il sottoscritto:
Alla fine del XIX secolo, in pieno riciclaggio dei miti
di
Sigfrido e delle divinità intorno a Odino (le opere di
Ri-
chard Wagner avevano contribuito in maniera decisiva a
tale risveglio), un quotidiano di provincia pubblicò
la no-
tizia del ritrovamento del leggendario oro del Reno. Il quo-
tidiano fornì pure la presunta ubicazione del "tesoro".
Tale
panzana (l'articolo apparve il Primo Aprile) scatenò
una ve-
ra e propria febbre dell'oro, che si prolungò per tutta
la gior-
nata. Finché qualcuno non si ricordò di che data
fosse. Già:
era stato soltanto un pesce d'aprile...
"Chissà" aggiunse Giona a piè di pagina, "forse per te
non tutto è perduto: si riesce a ridere anche lassù... forse."
Veniva sempre attratto dall'involontaria comicità di bizzarri
conquistadores, dalle strane imprese d'incorreggibili sognatori.
Non deve perciò sorprendere il fascino che esercitò su di
lui la vicenda del "Sarto di Ulm", di cui venne a conoscenza attraverso
un documentario televisivo.
Questo personaggio, nato nel lontano 1770 e rispondente al nome di
Albrecht Ludwig Berblinger, fu un tipico martire dell'impulso del progresso.
Fin da bambino era stato lodato per le sue ingegnose trovate. Divenuto
adulto, s'impose bravamente nel mestiere di - appunto - sarto. Ma il suo
vero interesse verteva sulle possibilità ancora poco esplorate del
volo umano.
Sposatosi regolarmente, il Sarto di Ulm condusse una regolare vita
borghese. Il tempo libero, però, lo dedicava alla costruzione di
aggeggi tra i più disparati. Delle sue invenzioni bisogna perlomeno
ricordare una "ben condizionata sedia per bambini", un modello di "pianoforte
per principianti" e tutta una serie di "arti artificiali per gli invalidi".
Ma naturalmente non dimenticò mai la sua ambizione più grande,
e finalmente, nel 1811, costruì un cosiddetto "apparecchio per il
volo": il prototipo di un aereo a forza muscolare.
Si trattava di una macchina mai vista prima di allora. Lo scheletro
della macchina, composto da ossi di balena, era rivestito da un telone
di seta. Sulle pagine di un giornale a diffusione locale, il Sarto di Ulm
diede solennemente l'annuncio del "primo tentativo di volo umano dell'èra
moderna". Immaginatevi lo scalpore!
Nel giorno convenuto, migliaia di curiosi si assieparono sulla riva
del Danubio. Perfino il Re accorse, per assistere a quello che veniva ormai
definito "un avvenimento storico".
Lo strano apparatus, dalle sembianze pipistrelline, era stato situato
da Albrecht in cima a una torre di legno alta sette metri. Quel giorno,
purtroppo, il vento soffiava talmente forte che solo a malapena l'inventore
poteva star ritto sulla piattaforma. Ma la folla rumoreggiava, e il Re
cominciava visibilmente a perdere la pazienza... Il novello Icaro inspirò
forte, tese i muscoli. Quindi spiccò un salto. Agitò le braccia
alla stregua di un uccellaccio... e piombò come una pietra nelle
acque del Danubio. Quando riaffiorò alla superficie, fu accolto
da una scarica tonante di risate.
Il Re gli fece recapitare venti monete d'oro come "incoraggiamento
a perseguire il lodevolissimo scopo", ma i ragazzacci di strada fecero
dello sfortunato eroe l'oggetto dei loro sfottò. Per disperazione,
Albrecht L. Berblinger si diede all'alcool, poi anche al gioco, e ben presto
perse tutti gli averi accumulati tramite l'attività di sarto. Un
protocollo della magistratura, datato 1822, lo definisce civiliter mortuus,
ossia un cadavere ambulante, una non-entità...
Figure romantiche e un tantino ridicole come questa, remote nel luogo
e nel tempo, erano e sono più vicine a Giona di qualsiasi altro
personaggio vivente di sua conoscenza. Anche lui, come il Sarto di Ulm,
fin dalla prima adolescenza tentò di volare. Indi gli tarparono
le ali e, di conseguenza, non gli rimase che cercare consolazione nel riso.
Oggi è un uomo spezzato, un derelitto, un - sì - civiliter
mortuus. Vive aggrappato alla gonna della madre e partecipa a funerali
e ricorrenze varie esternando un'allegria impropria, del tutto fuori posto
- un ilare rigor mortis sul volto che, davvero, fa semplicemente paura.