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1. vivo e palpitante
Una risata Ci seppellirà....
Niente di più probabile, dopo aver sentito il suono dell’acronimo
che si forma: Bouws (baus).
Ma, che lo si voglia o no, che si sia piccoli o grandi, avanti negli
anni o ancora acerbi, noi siamo Bouws.
Bouws significa pretendere il dovuto riconoscimento al sommerso fermento
di scrittori (noi) che contribuiscono a rendere più vivo e palpitante
il vivere quotidiano.
Bouws dovrebbe stare per Bottom/up Writers and Poets, cioè scrittori
che sorgono dal basso e portano verso l’alto idee, pulsioni e valori, che
nessuno degli autori consolidati è in grado di assorbire ed esprimere compiutamente.
Le risate che si fanno i professionisti perché noi scrittori
difficilmente riusciamo a comporre delle opere complete, finite ed adatte
alla lettura di un pubblico non specializzato, gli si strozzeranno in gola,
nel sapere che non è vero che queste opere rimangono trascurate
nel segreto delle private scrivanie o negli archivi storici delle case
editrici.
Infatti guardate quanti intellettuali hanno rinunciato ad un proprio
pensiero interno ed invece si affidino, nell’elaborare le proprie opinioni,
agli umori della gente, ai fax, o alle suggestioni di testi o di allegorie
trovate per caso.
I manoscritti che arrivano alle redazioni editoriali, ai critici, alle
riviste, alle agenzie letterarie, dovrebbero essere un problema del
personale di pulizia: invece diventano un problema degli intellettuali,
che si lamentano di dover leggere una tale mole di carta. Ma perché
la leggono, se non vale nulla?
Per farsi un’idea della vita attraverso il lavoro dei Bouws.
2. né col mercato, né con la gloria
E’ vero: nulla è più lontano da noi Bouws dell’idea di
produrre un lavoro finito per la massa dei compratori. Non si scrive né
per il mercato, né per la gloria. Però un po’ di riconoscimento
lo gradiremmo.
Abbiamo un patrimonio vasto e profondo di interpretazione del mondo
e di conoscenza della nuova vita che si affaccia.
Dobbiamo solo trovare il giusto palcoscenico nel quale far muovere
i nostri fantasmi, senza che una tata zelante e arida ci dica che sbagliamo
i congiuntivi e che i nostri fantasmi sono un po’ sbilenchi.
Ci sono persone che possono esprime il proprio vasto patrimonio con
un saggio, soprattutto se sono interni in qualche istituto universitario:
Internet brulica di saggi in lingua inglese, costruiti in perfetto
stile scientifico, ma che sostengono tesi - o suggeriscono norme di comportamento
- che appartengono alla religione, all’etica, alla trasgressione.
La maggior parte di noi non lo può fare.
Invece ci troviamo molto più a nostro agio con la poesia o con
il racconto breve. Lì fissiamo schegge di emozioni od esperienze;
lì elaboriamo metafore della nostra interpretazione del mondo.
3. il pubblico di lontano
Un Bouw deve scrivere, ha bisogno di scrivere e di mandare in giro il
proprio prodotto.
Dopo l’arrivo dell’idea creativa e l’eruzione in metafora della pulsione
morale che doveva essere espressa, non c’è più tempo per
rifinire il lavoro affinché sia perfetto.
In un mondo senza valori, un racconto che palpita di metafore di valori,
ancora timidi e nascosti, è sicuramente prezioso. Perché
è proprio quello che non possono fare coloro che hanno passato anni
a distillare le strategie narrative di Hugo, la delicata sintassi di Proust,
le tensioni di sentimenti opposti di Kundera.
Per contro, quello che noi Bouws non possiamo fare è ottenere
l’attenzione dello stesso pubblico che ama Hugo, Proust e Kundera.
Non è una questione di qualità...
Si tratta di ruoli...
Chi arriva al pubblico, non vi arriva per la sua qualità, ma
per un insieme di circostanze, per lo più fortuite ed irripetibili.
(Arbore direbbe: per la loro tigna)
Noi siamo Bouws per passione, per vocazione, per amore, per intransigenza,
per consapevolezza. Tutte cose che non aiutano a portare al pubblico un
prodotto finito e ... diciamo ... diplomatico.
4. e adesso, dove sono finiti tutti?
La chiave sta proprio nell'interpretazione del mondo: dato l’alto contenuto
comunicativo del racconto, che è metafora, il racconto va indirizzato
subito a qualcuno, molto prima di aver il tempo di rifinirlo finché
sia tanto bello da incantare.
Questo richiede un palcoscenico apposito dentro il quale può
andare a guardare un pubblico speciale, particolarmente interessato e particolarmente
motivato, con libertà e con possibilità di apprezzare.
Qui, però, noi Bouws sentiamo che manca qualcosa. Dei palcoscenici
che possano accogliere la nostra produzione ce ne sono. Modi di mostrare
le nostre abilità esistono. Esistono anche alcuni intellettuali
disposti a riconoscerci alcune buone redisposizioni, tuttavia sentiamo
che manca il pubblico.
Non intendiamo un pubblico vasto, intendiamo un pubblico, dotato di
capacità di reazione e di amore.
Può essere che quello che manca sia l'intervento di un medium.
Cioè di professionisti che prendano dal palcoscenico le ombre
e le preparino per il pubblico.
Mantenendo vive due cose: la prima è il nocciolo comunicativo
che è diventato sentimento vivo sul palcoscenico; secondo la personalità
dell’autore, che deve mantenere la paternità, mentre il medium avrà
la sua gloria di pubblico, ma non la dignità della genesi.
5. in mezzo alla gente, dove c’è passaggio
Il primo lettore di uno scrittore è sé stesso.
Una volta legge con indulgenza, dandosi gioia; una volta con eccessiva
severità, procurandosi una crisi depressiva; infine sarà
giustamente insoddisfatto da spingersi ad avere altri lampi creativi.
Il primo lettore di un Bouw sono gli altri Bouws.
Uno legge con indulgenza; uno con severità; tanto da produrre
all’autore la giusta soddisfazione di aver scritto per l’insieme dei Bouws,
così da attirare altri a scrivere.
Non come ad un congresso di universitari dove tutti applaudono tutti
e si sputtanano nei corridoi.
Non come nelle serate parrocchiali dove tutti applaudono tutti, tanto
ci vogliamo tutti bene.
Ma attenzione: qui non si tratta di un circolo di golosoni o di una
associazione di cuori solitari.
Qui si tratta di bottom/up writers and poets. La soddisfazione e la
popolosità del gruppo di Bouws è misura dell’autorevolezza
del medesimo.
Come farsi prendere sul serio? questo è il quesito.
Tramite un movimento che prima di tutto sta in piedi da solo.
Io lo so che il poeta ha una capacità di anticipazione che va
fuori dell’ordinario sentire; e lo sa anche Cotroneo. Ma non si dà
ancora il caso che un critico famoso, prenda sul serio le opere di sconosciuti
e le prenda per quello che sono e non per quello che vale - a peso di pubblico
o a peso di critica - la loro scrittura.
Se non nasce un movimento che dà peso a questo aspetto e che
è disposto a difendere gli scrittori in base al presupposto di conoscenza
e di comunicazione, nessuno ci prenderà per quello che siamo.
Tutti continueranno a dire: non è adatto alla nostra linea editoriale;
non è maturo per la pubblicazione; devi andare a scuola di scrittura
creativa; devi pagarmi perché io ti posso fare delle critiche che
migliorano il tuo scritto; scrivi é invece di è e non si
capisce perché.
Ma , come ha detto Anselmi, la letteratura, nonostante si affermi e
si voglia imporre il contrario, ha anche una funzione conoscitiva. E chi
meglio dei Bouws può affermare, rendere evidente ed utile la funzione
conoscitiva della letteratura?
Ma i Bouws non vivono nei salotti, ma in mezzo alla gente, dove c’è
passaggio.
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