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Terzo
album per la formazione statunitense da sempre impegnata in una ridefinizione
del concetto stesso di musica rock; se da un lato infatti la totale
assenza del cantato rappresenta una particolarità di non poco conto,
dall altro i membri della band possiedono una perizia strumentale
fuori del comune che permette loro di triturare come schiacciasassi
funky, jazz, metal e noise per vomitare un ibrido unico e personalissimo.
Ma allora che cosa suonano questi Don Caballero? Per farlo capire potremmo
dire che la loro musica è quella che avrebbero potuto partorire i Primus
se avessero continuato nel tempo con le loro strambe sperimentazioni;
oppure potremmo dire che i DC suonano come se la Magic Band di Captain
Beefheart fosse stata catapultata nei giorni nostri e avesse scoperto
il metal. Ma queste sono solo considerazioni personali; di oggettivo
rimane il fatto di trovarsi di fonte a quattro musicisti dotatissimi,
anche se un po autoindulgenti, che tra le loro scorribande sonore
fatte di tempi dispari, cambi di tempo e dissonanze chitarristiche riescono
a far emergere anche brevi sprazzi melodici molto eterei e suggestivi.
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