POESIE
di Giancarlo Frosio


Una fiammella tremante
sullo sfondo di una notte infinita;
aspetto le parole scivolare,
come per magia,
al di là delle mie dita,
la bocca, serrata,
non conosce i ritmi
che sappiano accompagnare
le note profonde della mia vita.
Incoscienza del naturale tormento che mi risucchia le viscere
per spargerle e sporcare
una pagina pulita.

Perché in fondo siamo uguali,
respiriamo le stesse emozioni,

percepiamo gli stessi profumi,
siamo soli a guardare il tramonto,
sentiamo che qualcosa ci parla dentro,
sussurra, bisbiglia,
scalda piano i nostri sentimenti
Mi separo da questa stanca esistenza
e guardo la colomba nera della mia inquietudine
che sbatte le ali senza volare.
Il peso dei miei dubbi
la trascina a terra,
resta stanca,
spossata da un'inutile fatica,
a bere da una pozzanghera torbida.

Come pugni nel vento
i miei ricordi si ostinano
intorno ad un immagine
sempre più sbiadita.
Cerco ristoro ad una fonte
il cui desiderio
accresce la mia sete,
ma che raggiunte
scopro ormai torbida.
Forse domani soddisferò
l'arsura che mi attanaglia,
ma oggi devo ancora evocare
quello che è stato,
dissetandomi con ciò
che non sarà più.

Rapide occhiate di sfuggita
ingenue e tenere,
ma che a me parlavano
e spiegavano ogni tua emozione.
Così intense perché attimi,
brevi momenti
di una dolce intimità,
solo nostra,
che non dividevamo con nessuno.
Capivo subito quando mi cercavi
e seguivo i tuoi occhi
come un bambino
che rincorre il suo aquilone,
aspettando che il filo,
teso tra le nostre diversità,
si strappasse.
Era talmente pieno quel momento,
più delle parole,
più di tutto il resto.
I sentimenti ardenti,
i nostri sogni
scorrevano rapidi
in un folle turbinio
per tutto il corpo,
li tenevamo in noi
nascosti tra le nostre ombre
che si amavano.

Il bagliore ocra della lampada
accarezza il muro,
dalla penombra affiora
la pendola rotta
che da anni ha fissato
immutabile il tempo.
Fermerei la mia anima
al ritmo muto della pendola,
se potessi la fermerei;
restare in bilico
tra ciò che si è detto
e ciò che si è sperato
tra la realtà ed il sogno,
sempre increduli
davanti alle delusioni
perché si può sognare
che non si siano
ancora realizzate
e che forse
non si realizzeranno mai.
Tre minuti alle dodici
per sempre,
per concedermi un istante infinito
in cui tu non ci sei,
in cui gli altri scompaiono,
una frazione di tempo solo mia,
per non decidere
perché il futuro,
forse, non esiste,
perché neppure io e te,
forse, esistiamo
e perciò, forse,
anche le nostre
incertezze svaniscono.

Il sole gioca,
disegna stelle brillanti
sulla corrente.
E' tutto così luminoso
da sembrare irreale.
E il vento sferza le piante
corre tra i fili d'erba,
li trasforma in un mare
mosso da onde
luccicanti di smeraldo.
Qualcuno cammina di fretta
tenendosi fermo il cappello.
mentre la brezza
scherza con lui
senza chiedergli il permesso.
Scivolano le nuvole
tra i germogli dei castani,
nascondendosi dietro la cupola;
intanto le campane
disperdono i loro rintocchi nel vento,
che le accompagna
con il suo sibilo incessante.
Ci sto bene qui,
quasi che quello che c'è
intorno a me mi abbracci,
con una dolcezza
che mi dà pace e sicurezza.
Ed io mi sento
partecipe di tutto ciò che è,
liberato dalla frenesia
del reale,
immobile e piccolo
come l'insetto
che si è posato
sul dorso della mia mano,
immobile e smisurato
come il cielo
che occupa tutto
il mio sguardo.

Ero fuori in giardino,
con una vestaglia a scacchi,
seduto su una panchina verde,
a godermi un dolce sole primaverile.
Posi le mie mani sopra le gambe
sentivo il calore dei raggi solari
che ne intiepidivano il dorso.
Pensai a quella stella lontana
che mi inviava un po' della sua vita,
forse a compensare la mia
che stava lasciandomi in silenzio.

Che sia dove non vedo
o nel raggio tenue
di un sole che fatica a scaldare,
che guardi dal cielo
o da dietro quello
che molti chiamano mistero.
Forse che abbia un viso
segnato da un sottile sorriso,
quello di chi è più
e fatica a conoscere chi è meno.
Magari, rapido
come la picchiata di un falco,
il suo pensiero abbraccia tutto
o forse già in sé stesso
trova la sua completezza.
Ma da me solo
sento che non posso capire
percepisco che non so rispondere.
Chiedere aiuto ad altri,
che hanno come me
i dubbi e le incertezze
di un bimbo che guarda il giorno
non è la soluzione.
Devo volare fuori di me,
imitare il maestoso librarsi dell'aquila
e ascendere,
con il pesante carico
della mia umanità sulle spalle,
per toccare qell' assoluto
che mi chiama
e da cui voglio essere attratto,
per continuare a sperare di migliorarmi,
anche se so che ogni volta,
quando la meta mi sembrerà raggiunta,
mentre ogni mio muscolo
si tenderà in uno sforzo
superiore alle mie capacità,
la mia mano mancherà,
di quanto un granello di sabbia
riempirebbe abbondantemente,
l'appiglio che mi trascenderebbe
in ciò che cerco.