BIG TITS
di Daniele Patrioli


E vorrei trovare, adesso, tutto quanto perduto.

"Cosa?"

Ma quello che ho aspettato per anni e che non avevo mai visto con sguardo terso.

"Quando è successo la prima volta?"

Alla fine. Alla fine meno un respiro.

E’ quando sento una pulsione che sale, forte, e non posso fare altro che. La sedia girevole porta su di sé qualche alone più scuro, ormai. Ha la forma del mio sedere.

Mi siedo, il braccio corre in basso, preme, un ronzio, spengo le casse, aspetto, clicco sull’icona col telefono giallo, aspetto ancora, verifica nome utente e password attendere prego, scompare l’avviso e io ci sono, nella rete, apro Netscape, poi da Finestra vado a Cronologia, trovo qualche sito precedentemente apprezzato, lo apro.

Tette, mega tette, meloni, nipples, fottimenti e avvinghiamenti però solo se con grandi bocce, altrimenti no, non mi interessano. Quando le immagini sgocciolano troppo lente mi innervosisco. Stoppo e ricarico, come se servisse a qualcosa. Aspetto che i puntini colorati diventino rosei, e rotondi, e se la tetta non mi piace vado oltre. Coi thumbnails è meglio.

Però quando sono tanti la pagina non si carica mai, e mentre aspetto sudo, e sono irritanti quelle attese, e che cazzo tutta questa pubblicità. Idioti.

Cambio sito. Di nuovo la trafila legale, enter or exit, fanculo, e poi ti prendono in giro questi siti free che ci trovi quasi solo i banners di quelli a pagamento, è una specie di caccia al tesoro trovare dove diavolo hanno messo il link per le foto.

Pics, eccolo.

800 bytes al secondo, può andare. Questo non è male. Ce ne sono 30 per pagina, e quante pagine: natural boobs, heavy hangers, big boobs, titanic boobs, boob fucking, lesbian boobs, cum shot, blow job.

Quelli che preferisco sono gli hardcore boobs. Non disdegno neanche il sesso orale, e la spagnola, sempre che l’angolazione fotografica non stringa troppo sul dettaglio. Anche le facce, voglio.

I peli delle mie gambe sono completamente bagnati, la fronte pure, e sento anche i capelli dietro la testa un po’ umidi. Da dove viene tutto questo caldo? Ogni tanto lascio scivolare i miei occhi dallo schermo verso il basso, non indugio troppo, però sono gonfio, gonfio, gonfio. Esplosioni controllate, artificieri un po’ esteti un po’ bambini, perché non è ancora perfetto, non basta mai, ci può essere di meglio, ci deve essere di meglio, perché lo sai quanti ce ne sono di siti così, e le tette svedesi fatichi a trovarle però esistono, da qualche parte, da qualche parte le voglio trovare, e chiudo, e riapro altre porte, e le sbatto, e mi ci lascio sfilare in mezzo, e salgo salgo di tono, poi ancora una pausa, un ingorgo. Daccapo, non può essere solo questo, oggi, non basta

E daccapo. Daccapo col mouse, daccapo, col sangue, daccapo a sudare e vibrare, daccapo a spazientirsi febbrile, la febbre sale, poi ridiscende, adesso sento che è quasi il massimo, anzi lo è forse, dove le trovo due tette così, altrove altrove no, e allora sì sì sì sì s-ì s-ì s - - -----i- - - - - -.

Chiudo il collegamento. Provo disgusto a farlo. Provo disgusto anche ad aprire il cache – vorrei chiudere tutto così e basta per sempre e andarmene, presto – però lo faccio, e seleziono tutto, e cestino, ancora in un ultimo assalto lui mi richiede sei sicuro, e sì,

sì maledizione, sono sicuro, nessuna traccia, dimentica tutto, almeno tu.

Mi alzo, vado verso il bagno e butto l’asciugamano a lavare. Stavolta l’imbottitura rossa della sedia girevole è intonsa, niente macchie, nulla.

Che schifo. E sono una merda. E sul tavolino davanti al mio letto ci sono decine di crocette cancellate, a matita, ogni volta, adesso basta, basta perdio, di questo realizzarsi attraverso l’erotismo, ossessioni che pesano, e se mi piacciano le tette grandi perché non disegnarle da solo o pensarle e basta. Basta, una vita a lasciarsi bastare, e invece non basta mai.

Se lei lo sapesse, forse cambierebbe opinione, o almeno direbbe che faccio un po’…

No, magari è normale, autoflagellazione a perdere, stupidi complessi di colpa, retaggi cattolici, conosco il mio corpo, ed è meglio. Ho una forte carica erotica. E’ quanto.

"E questo che significa?"

Significa che ho cercato la morte perché solo lei mi poteva dare un po’ di vita.

"Ma cosa c’entra la morte con le tette di cui hai raccontato?"

Loro permettevano che io non ci fossi. Me ne andavo, e quando tornavo ero vuoto, azzerato, dovevo ricominciare e riedificare un’identità. Tra le macerie mi ci muovevo bene, e la disarmonia era come una luce addosso che – straniandomi – mi faceva osservare come fossi a me stesso sconosciuto. Senza quelle piccole morti, mi sarei appiattito su me stesso, e sarebbe finita lì, per me. Invece così sono andato avanti, a scosse ma sono andato avanti.

"E allora, perché sei qui?"

Perché morire fa anche male. Non può durare.

"Ti piacciono ancora le tette?"

Non posso farne a meno.

"Ti potrai sbizzarrire, qui"

Lo so, e infatti sono venuto anche per questo

"Toglimi una curiosità: quando hai deciso di venire da noi?"

Quando ho capito che quelle piccole morti non erano più sufficienti, e che ne dovevo trovare una più grande, una che durava, una che mi assorbisse tutto, e sempre.

"Da domani si comincia. Spero riuscirai a inserirti. Buona fortuna"