IL NO
di Daniela Manzini


Il fumo della sigaretta si snodava in un filo leggero davanti alla sua mano. Bianco e sottile. E poi si sfaceva in niente. Distolse lo sguardo. mosse la mano. Scenerò nel posacenere di vetro, imitazione cristallo (ipermercato, L. 3 200). Si concentrò su pensieri in fuga nell' aria a spirali tondeggianti, e cercò di fermarne uno. Acchiapparne uno e legarcisi strettamente, pareva fondamentale. Magari era soltanto un passo avanti. Suonò il telefono. Allungò la mano. Esitò un attimo. Poteva non rispondere.
Ma avrebbe richiamato. Di sicuro.
Sollevò il ricevitore. Disse: "Pronto."
"Tu devi capire......" Ecco, dunque. La mente era già bloccata su quelle tre parole, lunghe come una vita passata sotto un acquazzone. E come sempre era aggrovigliata, un intreccio di fili di ferro, duro e rugginoso. Capitava sempre così. Tu devi capire. O le varianti. Tu devi fare, Tu devi andare, Tu devi pensare. Devi. La parla chiave.
Intanto aveva scostato il ricevitore dall' orecchio. Perchè aveva acchiappato, non un pensiero, per quello avrebbe dovuto arrampicarsi su per i muri, ma un' immagine, fluida e senza tempo. Di sole e d' alberi verdi. Di terra profumata. Di una casa bianca con il tetto a tegole rosse e fiori al balcone e aiuole davanti. Ma era passato troppo tempo. Non si torna indietro. A volte si riesce a cambiare l' oggi, ma a riguadagnare il passato, no. La voce schizzava fuori dal ricevitore, sbavature di parole friggevano nell' aria. Lo appoggiò, piano, sulla mensola, si alzò dalla sedia e andò in cucina. Si versò da bere, si sentivava la gola gonfia e stretta, sfilò un' altra sigaretta dal pacchetto sul tavolo, l' accese. La voce continuava. La sua mente era diventata un intrico di rovi. Non ci si passava lì in mezzo. Una lucertola, forse. Sì, una lucertola ce l' avrebbe fatta. S' avvicinò alla finestra, guardò attraverso la tenda di pizzo bianco. Non c' era niente da vedere, se non il muro della casa di fronte, come sempre. Eppure era già qualcosa: come buttare un occhio su altra gente, dare una sbirciata al fatto che altri erano lì, vicini. Da morir dal ridere. Vicini?
Come se fossero su un altro pianeta. Si allontanò dalla finestra e sentì lo sfrigolio della voce, acuta. Sentì una fitta, la solita fregatura, il senso di colpa. Bisognava esser stronzi per comportarsi così. O vigliacchi. No, non era vigliaccheria. Se avesse detto quello che voleva, avrebbe sentito lo stesso, identico senso di colpa. Per un altro motivo, chiaro, perchè aveva parlato, chiaro. Tanto valeva allora continuare quella finta. Suonarono alla porta. Chiese al citofono: " Chi è? " "Pubblicità in buca. Mi dà il tiro? " "No." Ecco. Così semplice.
No. Altra parola chiave.
No.
E l' aveva sprecata per un ragazzo che come gli altri che portavano le stampe, finiva per suonare sempre al suo campanello, tanto trovavano sempre qualcuno che apriva. C' era sempre qualcuno in casa. Stavolta quel qualcuno non avrebbe aperto, però. No. Se lo rigirò in bocca quel monosillabo, no, no, no, suonava bene, era appena nato, sapeva di verde e di fresco, profumava di nuovo. Riprese il ricevitore in mano. "......... non è che io abbia l' intenzione di perdere il pomeriggio a parlarti, tu devi capire che ho altre cose da fare e sono tutte più interessanti che stare a a ripetere le stesse cose a chi non vuol capire....... Tu devi renderti conto che finora ho portato pazienza, ma se mi costringi, posso perderla e allora voglio vedere che cosa farai....... Tu devi ragionare una volta per tutte e devi, dico devi, adeguarti.............."
"No. " disse e piano riappese il ricevitore. Cambiò idea, lo sollevò e lo lasciò sulla mensola, staccato.
Ci aveva ragionato, oh, se ci aveva ragionato! Per tanto di quel tempo da perderne il ricordo e non aveva trovato niente, mai niente di adeguato. In ultimo che cos' era, lei? Una che non sapeva giocare a bridge. Una che non amava far shopping, una che non ne voleva sapere di riprendere la vita di sempre, adesso che era rimasta sola, senza l' unica persona che aveva saputo farla ridere delle sciocchezze di cui la vita è piena e che diventano tragedie se solo ti provi a guardarle fisso fisso con il volto serio e la fronte corrugata. Di uno a cui non fregava niente che lei fosse elegante e tirata, di uno a cui piaceva andare per i campi fra il fango d' inverno e l' erba alta di primavera e che se si trovava una zecca sul palmo della mano, sorrideva e diceva: " Guarda, ci son già " Ma adesso, che era libera da quel suo nessuno, lei era una da guidare prendendola per mano, perchè imparasse tutte le belle cose che la vita offre a chi sa godersela, un' inetta di ex qualcosa, a cui bisognava dire come era opportuno che si vestisse, dove era opportuno che andasse, chi era logico che frequentasse. Ma sì. Una così. Docile. Non discuteva. Accese un' altra sigaretta. Accese la televisione, la spense, mise su un cd, il primo che le capitò e la colonna sonora del titanic lavò i muri bianco avorio della stanza, si diffuse lentamente fino negli angoli impolverati della mente, spruzzò acqua salata sui pensieri, ne fece precipatare alcuni sul fondo e altri portò a galla e sensazioni dimenticate esplosero in mille colori come fuochi artificiali, la sensazione di come ci si sente a fare uno sberleffo e poi correre via, dando la mano ai ricordi, per rifarsi una vita a modo proprio. Si fissò dritta negli occhi nello specchio, arricciò le labbra, arrontondò i contorni, disse: no. Che magia. Era come aver imparato a parlare. Prese le forbici dal cassetto in cucina. Tornò allo specchio: si fronteggiò. Con calma, a gesti decisi e pensati, ciocca dopo ciocca si tagliò i capelli che in quegli ultimi mesi ogni settimana, dico, ogni settimana s' era lasciata fare da uno coiffeur che qualcuno aveva deciso andava bene per lei. Perchè era ora, adesso che lui non c' era più, che reimparasse a stare al suo posto, a presentarsi come ci si aspettava. "Vero, cara? " Sì. Certo. Vuota dentro come un astuccio rovesciato. Sì. Aveva detto. Sì. " Non è un bell' uomo, cara? " Sì. Certo. " E' vedovo, sai, anche lui. Ti trova.....così....fine. Sei contenta, cara? " Sì. Come no.
Disarmata. Imbelle. Timorosa.
Sapeva che dall' altra parte della linea, qualcuno fissava il no che lei aveva impostato via etere, scuotendo la testa, con incredulità. Che poi sarebbe diventato orrore, poi sarebbe naufragato nel non mi puoi trattare così, il ribaltamento del devi trattarmi così.......di là dalla linea c' era, lo sentiva, la convinzione che ci sarebbe caduta di nuovo nel solito ricatto del ......con quello che ho fatto per te........insieme alla convinzione che si sarebbe sentita in colpa. Già. Le venne da ridere. Dal profondo di tutta la sua indifesa docilità. Sì, era nell' aria, si stava concretizzando, probabilmente stava già rifacendo il numero, per incominciare, anzi riprendere con più fervore il discorso. Avrebbe trovato occupato. No. Che chiamasse. Prese con due dita il ricevitore, lo fissò un momento, poi, con uno svolazzo lo posò al suo posto. Che chiamasse. E che fosse breve. Lei aveva un monte di cose da fare. Non aveva tempo per stare a ascoltare la lista dei suoi nuovi doveri, lei aveva da uscire a comprarsi un film in cassetta, e una cena cinese con cui condire il film e poi voleva farsi una doccia megagalattica e ascoltare lo stereo fino a notte fonda e poi domani......Dio, quanti no voleva dire, domani!