Era sicuramente una sporca faccenda, una delle peggiori che mi fossero mai capitate, ma proprio per questo, si sono rivolti a me. Nell'ambiente delle investigazioni non sono di certo noto per l'ortodossia e la finezza dei miei metodi, ma raramente un mistero mi rimane irrisolto, se escludiamo quella volta che non riuscii proprio a scoprire per primo chi cazzo aveva ucciso quella stronza di Laura Palmer.
Il caso mi era stato commissionato dal presidente per meriti studenteschi, aveva la media dell'otto, del KUL (Kollettivo Ultrasettantenni Libertini) di un paesino della Toscana che, dopo avermi consegnato meta' delle pensioni di tutti i membri, relative al bimestre precedente, come anticipo sul mio oneroso onorario, mi aveva esposto la sua non comune richiesta: dov'e' finita l'intelligenza in tv? Chi l'ha uccisa o messa a tacere per cosi' tanto tempo? C'e' qualche speranza di rivederla a breve termine?
"Faccia tutto il possibile per ritrovarla, la prego" concluse laconicamente.

Avevo osservato intensamente lo sguardo del vecchio, che si accendeva sempre piu' man mano che mi spiegava la situazione, e compresi che si trattava di un povero pazzo esaltato e pure un po' idealista, che d'altronde e' la stessa identica impressione che ricavano solitamente quelli che parlano con me per piu' di trenta secondi, quindi accettai il caso e gli riconsegnai i libretti delle pensioni, che intendeva lasciarmi in pegno, tranne quello di un generale che non capii come potesse far parte del loro Kollettivo. Mi confesso' che, infatti, non era uno di loro, ma gliel'avevano sottratto per poter arrivare a coprire piu' agevolmente la mia tariffa piu' le spese del viaggio e qualche bottiglione dei colli che aveva promesso al resto del gruppo.
Non avevo alcun indizio da cui cominciare cosi', palesando poca fantasia e con una notevole dose di vergogna, provai a rivolgermi a "Chi l'ha visto?" tramite i buoni offici di un amico funzionario di Rai 3, che mi presento' direttamente alla Raffai.

"E' quella scopettona li'?" dissi deluso.
"Ma come, non la conosci? E' famosissima, un sex symbol ormai. Tutti i giorni arrivano centinaia di lettere di ammiratori che vorrebbero ingrugnarla nelle posizioni piu' impensate, pensa che uno la voleva addirittura attaccare ad un albero a testa in giu' e con un grosso cereale... va beh lasciamo stare"
"Ma, sara'....". Le spiegai, comunque, il mio problema evitando accuratamente di toccarla e d'incrociare il suo alito.
"Non saprei... vediamo... dove e' stata vista l'ultima volta... portava i baffi... no? Con i capelli rossi la saprebbe riconoscere? Aveva avuto qualche delusione d'amore negli ultimi tempi? Con le palle potrebbe apparire..."
"Lasci perdere, non fa niente" tagliai corto intuendo con una sola occhiata il suo imbarazzo e la falsita' dei suoi buoni propositi. Certamente lei non poteva avere nessun interesse nell'agevolarmi il ritrovamento e stava tentando di depistarmi neanche troppo velatamente. Era, del resto, evidente che non ne sapeva davvero nulla, aveva solo tratto vantaggio da quella situazione per lei, e tanti altri, molto favorevole.
Mi stavo avviando piuttosto sconfortato verso l'uscita quando udii un sibilo dietro di me "Pssst, pssst". Mi girai e vidi un dito che mi faceva cenno di entrare in una porticina, dove presumibilmente avrei dovuto trovare qualcosa attaccato a quell'arto. Li', difatti, completamente in ombra stava un uomo che non volle farsi scorgere il viso, occultato da un paio di occhiali e da un grosso telecomando che reggeva in mano.

"Io potrei avere delle informazioni per lei" mi disse calmo.
"Quanto vuole?" cercai di stringere i tempi conoscendo bene quel genere di persone.
"Ah, niente per chi mi ha preso... o meglio, se potesse farmi conoscere qualche sua amichetta... lei che e' un investigatore chissa' quante conoscenze avra'..."
"Che ne dice della Raffai? L'ho appena conosciuta e..."
"La scopettona? Per l'amor di Dio, no. Mi fa schifo solo a pensarci"
"Okay, volevo metterla alla prova, vedro' di fare del mio meglio... sempre se le sue informazioni mi saranno d'aiuto"
"Quello che lei sta cercando si trova nella cantina di una villa di un piccolo paesino della Lombardia ed e' continuamente sottoposta a torture e violenze analsadomaso da due loschi figuri. Tenga" concluse allungandomi un foglietto con su un indirizzo.
"Enrico, Enrico... fine pausa. Ma dove diavolo ti sei cacciato?" grido' una voce.
"Addio e buona fortuna" sobbalzo' l'uomo dileguandosi velocemente "e non si dimentichi le amichette, mi raccomando".

Mi misi senza troppa convinzione su quella pista. La villa indicatami era una vera e propria Versailles nell'apatica provincia milanese dei primi caldi estivi. Tutt'intorno una tenue, ma ben palpabile aura di "Si fotta chi lavora in fabbrica, io me la godo". Mi appostai nei dintorni aspettando le ore notturne piu' propizie al caso mio, poi scavalcai il muro di cinta dopo avere opportunamente disinnescato il sofisticatissimo allarme giapponese con una bella martellata. Elusi la guardia dei quattro bulldoberman, una razza creata appositamente per il proprietario da un'equipe di scienziati di Milano 2, cospargendomi le mani di cocaina e carte di credito che mi facevano assumere un'aria a loro familiare, poi mi arrampicai fino a raggiungere una finestra lasciata poco prudentemente, per loro, socchiusa.
Nel salone al pian terreno due, che con buona elasticita' antropologica potrei definire esseri umani, banchettavano oziosamente davanti ad avanzi di svariati cadaveri di animali guarniti da salse variopinte e circondati da bottiglie d'annata semivuote.
"Salve a tutti" mi annunciai dopo aver sfondato la porta con un calcio "disturbo?" chiesi facendo sfoggio del mio sottile humour inglese.
"Ma come si permette..." si alzo' di scatto quello che chiamavano "il dottore", ma non aveva la faccia propriamente da medico, squadrandomi minaccioso dall'alto del suo metro e cinquantotto comprensivi di scarpe manageriali rialzanti della ditta S.a.m.e. Vip Collection. L'altro si rotolo' un poco di lato per vedermi. Sembrava un incrocio tra un grosso gattone castrato e Bud Spencer dopo il veglione di Capodanno, e a ben guardare appariva pure parecchio stronzo.
"Voglio solo scambiare alcune chiacchiere con voi" dissi sottolineando le mie parole con un invito all'omino agitato a sedersi ed un grosso randello.
"Beh si', in questo caso..." si calmo' lui. L'altro rutto'. "Voi tenete in ostaggio qualcuno, vero?" andai diritto al sodo. I due impallidirono.
"No... e' una menzogna, cioe' si tratta di un ospite... un'amica d'infanzia... ma diglielo anche tu Giuliano... si' ma... e' colpa dei comunisti... Craxi e' bello e adorno d'ineguagliabili crini... ma cosa c'entra, mica ti pago per dire queste stronzate brutto grassone mangiamerda..."
"Basta con questa buffonata, non crederete d'incantarmi con questi trucchetti, vero? Conducetemi giu' in cantina" intimai loro.
"No, perche'‚ proprio li'? T'interesserebbe un attico a Milano 3?"
"Milano 3 fa cagare"
"Va bene, scusa... facciamo a Milano 2, okay?"
"Andiamo giu', poi vedremo".

Spalancai la porta non senza un mascherato timore. L'avrei trovata ancora viva? E se si', in quali condizioni dopo essere stata tanto a lungo con quei due? Una piccola sagoma era rannicchiata in un angolo con il viso abbassato a terra.
"Non avere paura, e' tutto finito ora" tentai di rassicurarla. La figura alzo' lo sguardo puntandomi i suoi due occhietti addosso. Rimase in silenzio e mi sorrise. Io capii in un attimo di stupore e le accarezzai il viso.
"Che idioti" pensai tra me "non sanno nemmeno riconoscere una sosia e neanche tanto somigliante. Dovevo aspettarmelo del resto...".
Tornai dal dottore che singhiozzava.
"Non mi rovini, la prego..."
"Accetto l'attico" gli dissi.
"Davvero?" gongolo' lui.
"Si"
"Oh grazie, lei si' che e' una persona come si deve" s'inginocchio' lui insalivandomi le mani. Naturalmente accettai solo per non insospettirli e lasciarli nella loro illusione. L'attico l'avrei poi donato ad una... mia amica abbastanza povera, almeno di spirito, che mi aveva fatto alcuni favori, ehm... E comunque ero di nuovo da capo e senza un cazzo di traccia che potesse guidarmi in quella sempre piu' intricata ricerca.

"Devo riflettere" mi dissi mentre fruivo delle dolci attenzioni di una ragazza brasiliana che ora viveva a Milano 2. Oh, ognuno si concentra come puo'. "Dunque chi puo' averne tratto i maggiori vantaggi?" Mi vennero in mente alcune centinaia di migliaia di nomi. "Chi puo' averne avuto i mezzi?" Il numero si restrinse considerevolmente. "Chi puo' avere architettato un piano cosi' diabolico? Chi... ah si' ci sono... puo' rimanere cosi' a lungo impunito? Ma si', eccomi... e' lui: il Grande Vecchio. Brava Patricia, ci vediamo domani, okay?".
M'informai. Il Giovedi' sera era il momento giusto. Il giorno in cui il Grande Vecchio e il Carismatico Oppositore giocavano insieme a Monopoli al circolo "Fatelobenefratelli e non fatevi beccare". La villa era poco sorvegliata dal momento che le guardie della gobba erano quasi tutte con lui a controllare che l'avversario non si fregasse le fiches.
Le stanze mi si presentarono incredibilmente linde e profumate. Ma qualcosa non quadrava ed il mio fiuto se ne accorse subito. Tutto era troppo in ordine, cosi' osservai con maggiore attenzione le cose che mi circondavano. Quasi accidentalmente mi trovai vicino ad uno specchio di fattura rinascimentale. La mia immagine, pero', veniva riflessa solo in parte e dovetti piegarmi un po' di sbieco per vedermi tutto. Era in una posizione davvero scomoda per chi doveva servirsene, pensai. Troppo. Tastandolo lievemente con la mano mi si apri' quella che al momento istintivamente soprannominai "La stanza degli spettri".
Fu una visione orribile: centinaia di cadaveri ammassati ora vicino, ora sopra, ora incastrati tra loro mi annebbiarono la mente insieme al nauseabondo fetore di marcio che s'infiltrava nelle mie ossa. Riconobbi persone note cercate da anni, innumerevoli volti sconosciuti piu' o meno conservati, e anche qualche sagoma di bambino. Mi ripresi dallo stordimento iniziale e tentai di rinvenire la persona che cercavo in mezzo a quella Babele di vittime. Notai due figure che le rassomigliavano, ma accostandomi a loro compresi trattarsi della Moralita' e della Decenza che, dalla loro decomposizione, dovevano trovarsi li' da ormai molti anni.
Dell'intelligenza, pero', nessuna traccia. Uscii da quel luogo con una forte fitta che mi stringeva il cuore, mentre qualche piccola lacrima mi scivolava poco professionalmente sulle guance. In strada mi fermai al primo bar e mi ubriacai forte. Al tavolo adiacente al mio alcune persone discutevano animosamente di argomenti futili proclamando di tanto in tanto massime a buon mercato. Il mio orecchio le ascoltava irrazionalmente ammaliato da tanta mediocrita'. Ma fu proprio una delle loro stupide sentenze che mi si fisso' nella testa ossessionandomi anche nei giorni seguenti.
"Non bisognerebbe mai permettere al nostro orgoglio d'impedirci di iniziare tutto da capo quando non si puo' piu' proseguire per la strada intrapresa". Bene, fu aggrappandomi a quella apparentemente inconsistente motivazione che decisi di dar credito al mio istinto recandomi per la seconda volta negli studi della Rai. Ma stavolta ero intenzionato a fare di testa mia. In un corridoio fui fermato da un agente del servizio di vigilanza che mi chiese di mostrargli il lasciapassare. Ero gia' pronto a sferrargli il mio famoso destro sul volto, quando la scopettona usci' da una porta li' vicino e mi si fece incontro.
"Salve, ci si rivede finalmente" mi saluto' con tono sin troppo affettuoso.
"Lo conosce?" le chiese l'agente.
"Certo che si'" rispose lei dinoccolando la testa.
"Va beh, in questo caso... mi scusi per l'incomodo, ma sa e' il mio dovere e..."
"Non c'e' problema, si figuri" lo liquidai. La scopettona mi chiese se potevo cortesemente seguirla nel suo camerino per aiutarla ad allacciarsi bene il vestito, che dopo poco sarebbe andata in onda. Una volta entrati cerco' di avvinghiarsi a me come l'edera, ma un po' piu' fastidiosa, cosi' fui costretto a rifilarle una gomitata in faccia per calmarle la fregola.
"Mi piacciono i tipi duri" disse lei barcollando e con il labbrone inferiore che le sanguinava a grandi fiotti "si', picchiami mio feroce mandingo...". La tv verita' gli ha dato alla testa, pensai, e comunque, dato che non sono uno che si fa pregare, soprattutto dalle donne, l'accontentai subito con un preciso calcio sugli incisivi che la stese definitivamente al suolo.

Uscii fingendo di mettermi a posto la camicia nei pantaloni. L'agente mi sorrise malizioso, io contraccambiai con un vago cenno della mano ed un sospiro. Presi l'ascensore e pigiai il tasto che si trovava piu' in basso di tutti. Mi ritrovai in un piano scarsamente illuminato e quasi interamente ricoperto di spesse ragnatele. Notai una scala a chiocciola e scesi ancora per diversi piani. Iniziai a perlustrare tutte le stanze ed i camerini con i pavimenti che scricchiolavano sotto i miei piedi. Sfondavo le porte che cercavano di custodire ancora per un poco i loro inutili segreti. Delle figure vagamente umane si voltavano di soprassalto ogni volta che entravo in qualche stanza: artisti dimenticati, registi e coreografi passati di moda, ballerine e soubrette devastate dalle rughe e dalle smagliature con i volti ancora vistosamente truccati mi sorridevano prima di tornare a fissare il muro davanti a loro deluse dalla mia indifferenza.
Continuai la mia esplorazione per diverse ore fino a quando mi parve di udire una risata cristallina infrangere il silenzio sepolcrale di quei corridoi. Cercai di dirigermi verso quel suono, che ora si faceva sempre piu' nitido e soave. Affrettai il passo e vidi una luce provenire da una stanza aperta in fondo al piano dove mi ero venuto a trovare. Si', la risata proveniva proprio da li' dentro.
Entrai e scorsi una sagoma seduta che mi mostrava le spalle. Aveva dei capelli lunghi e biondi, indossava un paio di jeans sbiaditi ed un maglione rosso vivo a collo alto. Era lei che avevo vanamente cercato in quegli ultimi mesi ed ora stava ridendo guardando una vecchia pellicola di Buster Keaton con un rumoroso proiettore a 16 mm. Si accorse della mia presenza e si giro' lasciando intravedere gli occhi che gioivano con la stessa intensita' di tutto il resto del corpo davanti a quelle immagini in bianco e nero. Rimasi per un istante folgorato dalla sua semplice, ma non ordinaria, bellezza.

"Ti ho trovata, finalmente" le dissi.
"Perche' mi cercavi?"
"Non lo so nemmeno io a dire il vero, un po' per lavoro, un po' forse per sopravvivenza... ma chi ti ha rinchiuso qua per tutto questo tempo?"
"Rinchiuso? Nessuno, io sono sempre stata qua. Questa e' la stanza dove tanti anni fa si visionavano i film e gli sceneggiati da mandare in onda, dove si facevano i provini agli artisti... era qui, prima che costruissero tutto il resto naturalmente. E' da allora che mi hanno dimenticata..."
"Ma com'e' possibile che non si ricordino di te? O non lo vogliono fare?"
Lei si strinse nelle spalle.
"Siediti qua vicino" mi disse "ti voglio fare vedere una cosa... guarda la riconosci? Si' e' "La febbre dell'oro", mi ricorda la mia giovinezza, sapessi quanto mi aveva commosso la prima volta che la vidi, e ci riesce ancora del resto. Ci sono tante altre cose bellissime qua dentro, ma tu quanto tempo hai?"
"Tutto quello che vuoi".

Nota dell'autore: ho scritto questo testo parecchio tempo fa e la cosa appare evidente dai riferimenti ai personaggi politici in voga allora (qualcuno tutt'ora in voga, purtroppo ;-)) ) e da altri riferimenti sparsi qua e la' per il testo. Rileggendolo l'ho trovato divertente ed ho pensato di riproporlo anche perche' questo racconto, che io stesso non ritengo tra i miei migliori, mi e' particolarmente caro, perche' nelle mie intenzioni voleva essere un omaggio nemmeno tanto velato al grande Stefano Benni, da cui ho tentato di sottrarre almeno in parte lo stile e l'ineguagliabile e graffiante ironia. Meglio lui? Lo so ;-))