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Stavo tagliandomi i peli del naso con le forbici da elettricista quando presi la scossa e persi un braccio, non per via della corrente s'intende, ma per una partita a cirulla col mio manager. Mi mancavano solo tre punti ma lui s'apprestava a fare la grossa; lo scongiurai di risparmiarmi, d'altra parte il camerino era già abbastanza piccolo ed io puzzo abbastanza alla fine di un concerto, ma lui non ne volle sapere. È impossibile ragionare con i bambini. Fatto sta che gli tirai un pugno in pieno viso e lui per rendermi la pariglia tirò fuori i denti dal bicchiere sul comodino e mi portò via un braccio. Un'espressione di terrore si dipinse sul mio volto tanto che dovetti lavarmi col solvente per tornare normale, come potevo suonare il basso adesso che mi mancava un braccio? Non riuscivo a venirne a capo. In qualità di leader avrei dovuto sciogliere il gruppo, questa era l'unica soluzione. Tenni i miei compagni per circa tre giorni a mollo in una vecchia botte usata per la fermentazione dello zibibbo, girandoli, per quello che potevo fare con un braccio solo, ogni venti minuti con una vecchia mazza da baseball. Non ci fu niente da fare. Tornai indietro dalla terza base, li tirai fuori e vendetti l'acqua rimasta nella botte come chateau de la merd, costosissimo vino francese dal retrogusto terroso. Dovevo assolutamente inventarmi qualcosa, senza basso saremmo diventati troppo alti ed in più, salendo sul palco, i nostri fans non avrebbero potuto vederci, mentre se avessimo dovuto suonare a terra non ci avrebbe aperto nessuno. Continuai a rigirarmi nel letto quando finalmente un'idea arrivò: purtroppo mi chiese un deca in prestito e sparì. La mattina dopo seppi che era passata anche da tutti gli altri componenti del gruppo. Cinquantamila in dieci minuti, che idea! Furono giorni tremendi, cercai di non pensarci e per un po' stetti dietro ad una bionda da favola che riuscii a superare prima di sera. Terribilmente depresso andai a far visita al mio road manager, casa sua era il posto migliore per tirarsi un po' su. Abitava al sesto senza ascensore e al posto del campanello vi era sempre una piccola bustina di coca con su scritto welcome. Non ci fu una volta che riuscii a berla, piantandoci la cannuccia la coca in pressione esplodeva producendo un rumore assordante che rivelava al Mario gli ospiti sull'uscio. Venne ad aprirmi con un estintore in mano, era riuscito a far prendere fuoco ad un vecchio persiano cercando di fare del free basing, io gli dissi che secondo me era troppo vecchio per giocare a fresbee e lui rise a crepapelle. Doveva essere un po' esaurito, ne ebbi la conferma quando, consigliandoli un ottimo laboratorio di restauro per il persiano, mi rispose di aver già chiamato il veterinario. Il Mario mi fece entrare e cercò di tirarmi un po' su ma non era molto in forma allora mi sdraiò sul divano e mi infilò un clistere nel naso. Per un attimo pensai che avesse sbagliato buco, poi illustrò la sua nuova invenzione dicendomi che aveva riempito la sacca del clistere, spero dopo averlo lavato, di cocaina purissima al 2/3 per cento, applicando poi all'estremità della sacca una potentissima ventola che sparava la polvere bianca nel tubo a velocità assurda. Il telefono suonò ma la musica non era di nostro gradimento e non chiedemmo il bis. Il Mario mi diede in mano i fili e la batteria, non trovammo le bacchette e mi frustrai parecchio nel non poter provare qualche standard. Dovevo solo collegare i fili, mi preparai alla terribile scarica di adrenalina che produce una così grande quantità di manite aprendo la porta del bagno. Chissà poi perché lo usava in quel modo il clistere? Collegai i cavi... al contrario. Fummo avvolti da una nuvola bianca di magnesia e coca. Non riuscivo a vedere il Mario a ma sentivo delle urla ataviche, finalmente il telefono si era messo a suonare hard rock. Me ne andai sconsolato con i capelli bianchi e per un attimo pensai che i miei collaboratori non fossero poi così seri. Dovevo fare tutto da solo, nessuno mi avrebbe dato una mano, anzi un braccio. Decisi di ragionare razionalmente per venire a capo del mio problema. Perché il mio manager mi aveva privato di un arto fondamentale? E come aveva fatto con un solo morso? Se il mio gruppo non avesse potuto esibirsi lui in teoria avrebbe perso un sacco di soldi. Doveva esserci qualcosa sotto. Comprai un badile e scavai parecchio ma trovai solo vecchi tubi e qualche fetta di minestrone. Dovevo pedinare il mio manager, certo, questa era una buona idea e soprattutto non mi chiese soldi. Mi appostai sotto il suo portone e attesi fino a che non mi venne sonno, dopo di che gli citofonai e, visto che non usciva, andai a dormire a casa sua. Sognai di grattarmi a due mani la schiena e le gambe, mi svegliai terrorizzato, ma per fortuna le avevo ancora. Tutti stavano dormendo ed io partii alla ricerca del mio braccio. Doveva averlo nascosto da qualche parte. Perlustrai a fondo tutte le scorte di conserva e l'immensa riserva d'acqua liofilizzata ma non vi erano barattoli così grandi da contenere un braccio intero. "Potrebbe averlo fatto a pezzi!" Pensai terrorizzato, "ma allora il mio manager è un maniaco." Caddi seduto in un angolino della dispensa tremando e piangendo dalla disperazione, se era veramente un maniaco perché non mi aveva mai fatto una proposta? Ero forse così brutto? Piansi a lungo nel mio angolino poi ripensai al mio problema. Forse lo teneva sul comodino per grattarcisi la schiena e i piedi, andai a vedere ma sul comodino aveva solo un bicchiere d'acqua e la Treccani completa, leggeva parecchio prima di addormentarsi. Senza pensare vuotai il bicchiere di colpo lasciandogli la dentiera a secco, tanto il giorno dopo i benzinai sarebbero stati aperti e tornai a dormire. La notte non portò consiglio e nemmeno la colazione, mi svegliai incazzato, cercai l'oro nella bocca del mattino ma trovai solo carie e alitosi, non poteva essere tutto così tremendo, doveva esserci qualcosa di peggio ed io lo trovai: uno specchio. Contemplai per un attimo la mia barba folta ed i miei pochi capelli, perché tutto funzionava al contrario? Perché gli ascensori salgono quando devi scendere e viceversa? Io me lo chiedo spesso, ogni volta che vi rimango bloccato dentro più di venti minuti con la vescica piena. Un giorno mi scappava così tanto che iniziai a lacrimare, la gente non capiva come potessi piangere tanto e tutti a turno mi asciugarono le lacrime con i loro fazzoletti. Uscii di casa, tanto qui non c'era traccia di braccia. Camminai a lungo alla deriva, la data del concerto si stava avvicinando paurosamente ed io speravo che non guidasse un camion. Fu un mercedes privato di mirino invece, quello che mi urtò facendomi girare come i vigili delle comiche. Dovevo assolutamente fare qualcosa, avevo le prove col gruppo quella sera, poi il check-sound, la photo-session, la conferenza stampa, la trombata promozionale gratuita con dieci fans scelte tra il pubblico e più importante di tutto il coca test con il nostro uomo del monte. La coca degli artisti deve essere tagliata al punto giusto; se troppo pura l'artista non riesce a tenere bene il palco e questo gli crolla addosso, ma se tagliata con la giusta quantità di lassativo provoca le giuste coliche che costringono lo show-man a correre da una parte all'altra del palco pensando di mollare tutto per andare in bagno, mentre l'orgoglio dell'artista fa in modo che lo spettacolo continui. Il pubblico gradisce parecchio tutta questa agitazione che crede proporzionale alla bravura del musicista, ed è per questo che i musicisti scappano a concerto finito mentre i tecnici mettono subito un nastro a volume sostenuto. Se il concerto è finito che cacchio metti la musica mi son sempre chiesto, poi quando passai dall'altra parte della lente notai che faceva veramente caldo e che la musica serviva a coprire le scoregge degli artisti. Ero veramente alla frutta, camminai fino a sera e senza accorgermene arrivai davanti alla sala prove, ero sfinito non sarei voluto salire visto che la saletta stava in cima al campanile della chiesa che il parroco ci aveva affittato ad un prezzo altissimo includendo nel prezzo un buono sconto per il paradiso, ma dovevo dire qualcosa ai miei compagni, o cazzo, ho sbagliato, scusate, avevo promesso al parroco di non pensare mai la parola compagno qui dentro. Arrivato in cima vidi i miei amici in mezzo alle campane accordare gli strumenti, non fecero in tempo a salutarmi che il cantante urlò che erano le dieci meno un minuto, ci precipitammo di sotto. Questo era l'unico inconveniente del suonare in cima ad un campanile, ogni ora precisa dovevi scappare per non trovarti nel mezzo quando le campane cominciano a sbattere di qua e di là. Il mio cantante un giorno l'ha presa una campanata in faccia e non ha fatto un gran bel rumore, tra l'altro in paese tutti sentirono un tocco in meno e pensarono fosse arrivata l'ora solare e quindi l'inverno. I più anziani si ritrovarono seduti nei vicoli in pieno agosto a parlare di calcio col montone. Tornammo al piano di sopra e finalmente riuscimmo a salutarci; io dissi loro che non c'era niente da fare, senza braccio ero finito, non ci sarebbe stato più nessun concerto. Volevo bene ai miei amici, erano speciali, anche se gli parlavi per ore non ascoltavano mai nulla; continuavano a dire: "è vero, hai ragione, con che pezzo iniziamo?" Sentivo l'esaurimento crescere in me e non potendo aspettare che compisse i diciotto anni per mandarlo all'università non ne riconobbi la paternità. Iniziai a prendere a calci e testate le campane, le luci nel paese si accesero e alcuni negozi aprirono. Caddi esausto a terra in preda a una convulsione spastica-emotiva. Il batterista mi si avvicinò complimentandosi: "Se riesci a fare questo casino sul palco diventeremo famosissimi, l'importante è che tu non ti metta mai più questo maglione color cacchetta, è orribile!" Gli risposi se era scemo, io possedevo solo maglioni neri (per caso) che non cantavano, doveva avere già fumato parecchio, poi contemplandomi quella che i diplomatici chiamano curva del benessere capii finalmente quello che era accaduto. Doveva essere caduto sul mio tendibiancheria un maglione del ragazzo del piano di sopra: il pianista pazzo che ha un braccio venti centimetri più lungo dell'altro perché da piccolo giocando con la macchina per fare la pasta rimase incastrato nel meccanismo durante il programma lasagna. Non potevo crederci, tutto era stato un equivoco. Mi spogliai e fu con immenso stupore, che sotto la manica più lunga ritrovai il mio arto con su l'impronta della dentiera del manager. Iniziai a saltare dalla gioia cercando di non pensare a cosa avevo combinato per un maglione largo. Presi il basso in mano e iniziai a suonare con una foga mai vista, tantopiù che non sentii neanche il cantante urlare che erano le undici meno un minuto. Iniziai uno stupendo assolo e di colpo mi ritrovai nel mezzo di una lavatrice in piena centrifuga. Tutti in paese si riversarono per le strade pensando che il parroco avesse ripreso a bere. |