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"Uno stereotipo è una concezione rigida e semplificata, qualche volta distorta, di quali siano gli attributi personali di un'intera categoria socale ed è condiviso, in forme diverse, a livello intellettuale e del senso comune dell'uomo della strada". "Gli stereotipi sono costrutti sociali o, come dicono gli psicologi, sono modi di percepire e categorizzare che, se riferiti al proprio gruppo, tendono a rinforzare una identità collettiva positiva, mentre se riferiti all'out-group (gli altri gruppi) tendono ad essere negativi". E allora, perché gli Italiani si detestano tanto? E perché tendono a valutare bene gli altri e a detestare se stessi? L'immagine di un'Italia particolarista e familista costituisce ciò che comunemente si chiama stereotipo. "Un popolo particolarista/familista è un popolo incapace di sviluppare solidarietà più ampie della propria cerchia di riferimento, incapace quindi di sostenere un impegno civile e di agire in funzione del bene comune". Loredana Sciolla, nel suo breve saggio "Italiani. Stereotipi di casa nostra" (Il Mulino), analizza e smonta – nel vero senso della parola; esamina i due termini che compongono il concetto - uno dei più diffusi stereotipi che si sono sedimentati sull'immagine degli italiani: il familismo amorale. L'autrice precisa che il familismo amorale, nell'accezione usata – per la prima volta - da Banfield, aveva un significato ben preciso e non aveva ancora subito quella "esplosione semantica" che lo porterà in tempi recenti ad indicare fenomeni anche molto diversi. Secondo Banfield i montegranesi – Montegrano era il nome fittizio dato dal sociologo americano a un piccolo paese della Basilicata, Chiaromonte, sul quale, per nove mesi nel corso del 1954 e del 1955, aveva condotto la sua ricerca – sono familisti amorali in quanto, consciamente o inconsciamente agiscono come se seguissero la regola di massimizzare i vantaggi materiali e immediati del proprio ristretto nucleo familiare e di supporre che tutti gli altri facciano altrettanto. Il primo aspetto paradossale, secondo l'autrice, consiste proprio nella definizione di un ethos – che implica la presenza di norme etiche – come amorale, non in quanto privo di moralità, ma perché ristretto nel suo campo di applicazione: i familisti sono amorali poichè i principi del bene e del male – che pure possiedono – vengono applicati solo entro i ristretti confini della cerchia familiare. Per sostenere l'inopportunità di definire "amorale" il perseguimento di un interesse, sebbene materiale e immediato, da parte dei montegranesi – ma il discorso si potrebbe estendere a tutti gli italiani –, l'autrice chiama in causa Bernard de Mandeville (La favola delle api. Sottotitolo: Vizi privati, benefici pubblici) e Adam Smith (La ricchezza delle nazioni): i poveri e arretrati abitanti di Montegrano, se considerati da questo punto di vista, non risulterebbero, infatti, molto diversi dai commercianti, artigiani e imprenditori dell'Inghilterra borghese del XVIII secolo. "Se si elimina – continua la Sciolla - la disposizione psicologica alla massimizzazione dei vantaggi, che aveva spinto Banfield ad aggiungere l'aggettivo amorale, che cosa resta dell'ethos familistico? Rimane l'attaccamento emotivo al nucleo familiare e una sorta di chiusura mentale legata alla ristrettezza delle cerchia di riferimento". Ma è davvero l'attaccamento asclusivo alla famiglia ad impedire il formarsi di solidarietà più ampie e ad ostacolare spirito civico e partecipazione politica? E poi, il familismo è davvero il tratto distintivo della cultura italiana? Prima di rispondere - in modo negativo – a queste domande, Loredana Sciolla intreccia il discorso su alcune dicotomie classiche come quelle comunità/società e particolarismo/universalismo e sui "circoli virtuosi del familismo". "Il passaggio dalla società tradizionale alla società moderna è stato inteso come transizione dalla comunità alla società, dal particolarismo all'universalismo". Le differenze culturali e le lealtà comunitarie, tra cui la famiglia, la parentela, il vicinato e l'amicizia, sarebbero state, secondo la Sciolla, progressivamente erose da relazioni sociali razionalmente e universalisticamente orientate – a meno di sopravvivere come una sorta di enclave, priva di raccordi e di relazioni funzionali con le sfere più importanti della vita sociale. "Le due antitesi vengono così ricomprese in una terza antitesi, quella che oppone la tradizione alla modernità". Loradana Sciolla, partendo dai risultati dell'indagine internazionale EVSSG (European Values Systems Study Group) del 1981 e del 1990 – tra l'altro mai integralmente riportati - e utilizzando tutta la letteratura sulla questione, si cimenta nell'intento di confutare le ipotesi predittive formulate da Banfield in Le basi morali di una società arretrata e le analisi di tutti quegli autori che hanno assunto il familismo come modello interpretativo delle società, cosiddette, tradizionali. In sostanza, l'autrice arriva a concludere che il familismo, innanzi tutto, non sarebbe contraddittorio rispetto all'impegno civico e alla modernizzazione, ma al contrario si inserirebbe in circoli virtuosi di partecipazione e di impegno pubblici: "Il familismo – sostiene la Sciolla – non solo non ostacola, ma favorisce l'inclinazione dei soggetti ad identificarsi in cerchie sociali più ampie e a riconoscersi in un tipo di etica civile dal carattere liberale e tollerante". L'ethos del familismo, secondo i dati EVSSG, sarebbe diffuso in Italia quanto, se non meno, gli altri stati europei e in modo più radicato nelle zone "bianche" e "rosse" del Nord-est e del Centro del nostro paese che nel Mezzogiorno. E' il distacco, la frattura – in continua crescita - tra cittadini e sistema politico a creare quel processo di delusione delle aspettative riposte nella sfera pubblica a menomare il senso civico degli italiani, e non un misterioso carattere nazionale, il familismo, appunto. "D'altro canto – scrive Loredana Sciolla – basterebbe analizzare un po' più a fondo le motivazioni che gli stessi abitanti arretrati di Montegrano davano della loro scarsa disponibilità a dare vita a iniziative pubbliche, e a intervenire direttamente sull'autorità politica locale (….) avrebbero trovato non pochi ostacoli ad agire in base ai propri principi nello stesso ordinamento giuridico e assetto istituzionale italiani". Cosa, questa, su cui concordava lo stesso Banfield, che lo portava perciò a concludere che non ci fosse niente da fare a Montegrano. " (…) forse in Italia – conclude l'autrice – la fiducia è scarsa non perché non abbiamo abbastanza civismo, ma perché ci sono fondati motivi per non averne". In fine, Loredana Sciolla, per rispondere al perché gli italiani – non come lombardi o toscani o calabresi ecc., ma come cittadini di un unico Stato, l'Italia - si autodenigrino e si identifichino in stereotipi negativi, fa appello alle parole di Bobbio: "Qual'è la storia in cui gli italiani si riconoscono? Roma antica, Il Cristianesimo, il Fascismo, la Resistenza? Tante storie, nessuna storia". Per gli italiani, conlude la Sciolla, per questi "cittadini senza patria" il declino riguarda un sentimento che è sempre stato molto fragile: "La difficoltà di fare i conti con il proprio passato e di riconoscersi in un'unica grande storia può rivitalizzare i tentativi di cercare le proprie radici – ecco qui il localismo - nella piccola storia della propria città, del proprio paese, della propria vallata"……e, forse, del proprio ristretto nucleo familiare.
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