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"Signora, ti prego. Sto invecchiando. Non sento più la forza di un tempo. Quando era piccolo, lo tenevo al guinzaglio. L’ho guidato, l’ho protetto e ho fatto tutto quello che una madre deve fare. Ho dato tutta la mia forza e tutta la mia volontà. Ma adesso sto invecchiando. Le energie diminuiscono. Ogni giorno sono più stanca e non trovo più riposo. Non riesco a riposare e non riesco a recuperare le forze." La donna tolse dalla tasca un anello con una grossa pietra. Lo mise alla luce, ma la pietra sembrava come offuscata da un’ombra. "Vedi, come questa pietra. Non si riesce più a farla brillare. Ha esaurito la sua luce." La guardò con intensità e con profonda malinconia. "Ma il destino vuole che io non abbia esaurito il mio compito. Non posso ritirami a pensare alla vita dopo la morte. Il destino mi impone di intervenire ancora attivamente. Lo sai come si comporta mio figlio. Mi procura tanti dispiaceri. E ogni giorno devo lottare con lui per trattenerlo a casa o per metterlo davanti al libro degli studi. Alla sua età. Potrebbe andarsene di casa e vivere in modo indipendente. Invece si comporta come un ragazzino svogliato. E aspetta che io lo costringa a fare quello che non ha la spina dorsale per fare. Ora aiutami. Adesso, io non posso continuare a portare questo carico così pesante e non voglio abbandonare mio figlio. Fai un miracolo, ti prego. Fagli dono della responsabilità." L’anello le sfuggì di mano. Rotolò tintinnando in avanti. La donna si sporse. Si contorse. Si piegò. Alla fine riuscì, serpeggiando tra le seggiole a recuperare l’anello. Era il suo simbolo, come le lucciole che muoiono con l’arrivo del caldo. Quando ritornò alla sua seggiola, una donna si era seduta nel posto a fianco. La studiò con la coda dell’occhio. La vicina di ricambio le rivolse un cenno e un sorriso. La donna lasciò correre e si risistemò sulla seggiola per ricominciare il suo colloquio con la signora. La vicina invece le rivolse la parola. "Quando arriviamo qui, vuole dire che la vita ci ha trattato male." Senza a voltarsi a guardarla negli occhi, sospirò e rispose con distacco un sì. Ma la vicina insistette. "E’ la nostra ultima speranza ... se anche dio ci abbandona, non possiamo sperare null’altro." Allargò le braccia in un gesto rassegnato e si augurò che la vicina smettesse. Ma quella continuò. "Non so di lei, ma io sono alla disperazione. Provi ad immaginarsi: prima un marito colto da ictus; immobile nel letto; poi mia mamma: demenza senile. Che tragedia. Mio marito si sta decomponendo nel letto, mentre mia madre aggredisce con un grosso coltello da cucina le poltrone, dicendo che sono immondi insetti che la voglio mangiare." Scosse la testa sconsolata. "E lei perché è qui?" Forse non avrebbe dovuto risponderle. Forse avrebbe fatto meglio a dirle che non voleva parlarne. Ma un istinto di educazione o la soggezione che l’altra le ispirava la spinse a rispondere, evasivamente, ma con cortesia. "E’ mio figlio." "E’ malato?" "No. E’ ... come dire ..." Le parole stentavano. "Non è un bravo ragazzo." "Oh, come i dispiace. Ma mi racconti, mi racconti." "Non c’è molto da dire. Mi aspettavo che finisse rapidamente gli studi e che si trovasse un lavoro. Speravo di avere una grande famiglia, una nuora, dei nipoti. Invece nulla. Ma non basta, ha delle amicizie terribili." "Ma non mi dica. E’ sconfortante vedere dei bravi ragazzi venire travolti dalle cattive compagnie. E’ capitato anche a me. Il suo ha i capelli lunghi o la testa rasata?" "Ha la testa rasata: è cattivo, aggressivo, violento. Pensa solo a fare a botte. Com’è orgoglioso, quando torna ferito. - le ho prese, ma ne ho date tante - mi dice. Poi tenta di raccontarmi cosa ha fatto. Io non voglio sentire e corro a chiudermi in bagno. Allora lui si siede davanti alla porta chiusa e mi racconta. Mamma, siamo andati da quei barboni - una volta sono barboni, una vola sono immigrati clandestini, una sono prostitute, una nomadi, una centri di accoglienza per drogati, una centri sociali di proletari socialisti - siamo andati. Erano tutti per terra, sporchi, ubriachi, puzzolenti. Li abbiamo presi a bastonate. Poi abbiamo buttato benzina e abbiamo appiccato il fuoco. Li abbiamo purificati. Sotto i nostri bastoni è uscito il sangue purificatore. Quelli che non sono stati colpiti dal bastone, sono stati presi dal fuoco. E ride. Poi prende a pugni la porta del bagno e mi urla: tu, sembri ogni giorno di più una di loro. Stai attenta. Prima o poi dovrò purificare anche te." Il pianto la soffocò, si interruppe. La vicina le fece coraggio. E la invitò a proseguire. "Poi, come se tutto fosse passato, diventa mogio, privo di forze, come un cane bastonato. Si dispera, piange, dice che prima o poi si uccide. Io non lo lascio parlare di questo, ma lo metto a studiare. Insieme studiamo, pagina dopo pagina. E alla fine lo convinco. Gli studi, nonostante tutto proseguono. Ma arriva il fine settimana e tornano i compagni di avventure. Lui sparisce e torna solo quando non ha più soldi e quando si è sporcato di sangue." Tra le lacrime diceva basta, basta. "Non ne posso più. Io non posso durare ancora. A volte spero che la polizia lo sorprenda e gli spari." "Su, su. Non sia così pessimista. Siamo qui per avere un miracolo. Vedrà che lo otterremo." "Lui non spera in niente. Non crede in niente. Ha solo il terrore delle cose sporche ed impure. La sola cosa che si sente di fare è lottare contro le impurità del mondo. Non ne posso più. Troppa fatica, troppa responsabilità. Io non posso portare la sua colpa. E lui di colpe ne ha tante. Tanta violenza, tanta bassezza, tanta vigliaccheria. Prendersela con dei deboli, con degli indifesi. Mi vergogno. Dovrei portarlo alla polizia. Non so ...." Si girò a guardare negli occhi la sua vicina. Era sparita. Nella seggiola di fianco a lei non c’era nessuno. Nessuno si stava allontanando da lei. Nessuno si muoveva in quel moneto nella casa madre. Allora riprese a parlare con la signora. "Oh, Signora aiutami. Quello che volevo dire a te l’ho detto a quella sconosciuta. Comunque ti ho aperto il mio cuore. Ho bisogno di un miracolo. Non c’è uomo che possa risolvere questa situazione. Solo tu, solo un miracolo potrà mettere fine alle mie sofferenze e preoccupazioni. Non mi allontanare, non mi respingere, non trascurarmi: tu che hai pietà per i poveri e i sofferenti." Si rimise intasca l’anello opaco. La Signora le alitò sul volto. La donna si mise a sedere, colpita da uno strano turbamento. Credette di essere colta da vertigini e si preparò a svenire. Chinò in avanti il busto e mise la faccia tra le gambe. Si raccolse. Un inatteso benessere le pervase il corpo. La signora vicino a lei cominciò a sussurrarle delle parole. La donna tese le orecchie. "Non ti spaventare, sono io." Prima che l’identità di quell’io arrivasse alla coscienza della donna, la voce riprese. "Come vedi ho grande tenerezza per quelli che soffrono." La donna volle rialzarsi, ma non ci riuscì. Si sentiva bloccata in quella scomoda posizione. Tuttavia si sentiva bene: l’onnipresente dolore che le pesava sul cuore era scomparso; il suo corpo era leggero; respirava bene e col respiro entrava una sensazione piacevole. "Ascoltami attentamente." La Signora fece una pausa. "Mi hai chiesto di trasformare tuo figlio in un uomo responsabile. Ma io farò qualcosa di diverso." La donna non riusciva a vedere attorno a sé, ma non aveva dubbi: chi le stava parlando era la Signora. E sapeva con altrettanta certezza di non avere nessuno nelle vicinanze. Anche l’occasionale vicina, con la quale avevo poco prima parlato, era la Signora. Non c’erano dubbi: stava vivendo un miracolo e, finalmente, avrebbe avuto un po’ di pace. "Ascolta. Posso darti la pace che desideri, ma non posso trasformare tuo figlio." Il cuore della donna si strinse. Per lei la pace e suo figlio erano la stessa cosa. "Non insistere. Non voglio interferire con tuo figlio. Ma tu da ora in poi sarai più serena e io ti darò una vecchiaia tranquilla." Perché? pensava la donna. "Ora ti spiegherò perché. Tuo figlio sta cercando di diventare un nuovo venuto. Hai presente quello che ho detto dei nuovi venuti? Tuo figlio lo sapeva ancora prima che io dicessi quelle parole. Ma non sapeva in quale modo poteva diventare un nuovo venuto. Sta cercando questo modo." La Signora fece una pausa. Sentì che la donna veniva presa di nuovo da una fitta di dolore. Alitò in modo da respingere questo assalto del male. "Lo so. E’ terribilmente doloroso. Ma anche per lui è doloroso. Non credere di essere la sola a soffrire. Tuttavia io non posso distoglierlo dalla sua ricerca. Sono d’accordo: non è giusto, non va bene, probabilmente potrebbe morire in questa ricerca. Tutto vero. Ma io non voglio fermarlo. Sappi comunque che dio lo ritiene necessario. C’è una necessità che non può essere fermata. Tienilo presente quando l’autocommiserazione ti assalirà. Non cedere. Tutto questo ha una ragione ed un motivo. Tutto è talmente necessario che non posiamo fare nulla sia di fronte al dolore, sia di fronte alla distruzione ed alla morte." Intorno cominciavano i preparativi per la cerimonia. La sala cominciava ad essere animata. "Avrai sollievo. Te lo posso assicurare. Da ora in poi starai molto meglio. Non solo. D’ora in avanti, potrai considerare tuo figlio un aspirante alla santità. Infatti sta cercando il modo di diventare un mio protetto, uno dei nuovi venuti che io porterò alla vittoria. D’ora in poi potrai essere orgogliosa di lui. Potrai anche smettere di farlo studiare. Siediti ed aspetta. Se esiste una strada per diventare un nuovo venuto la troverà e la percorrerà. Perché è nato per questo. Quando avrà trovato la sua strada, tutta la bruttezza e la crudeltà delle quali si è attorniato, se ne andranno ed emergerà la bellezza e la purezza della sua missione. Abbi fiducia in me." La donna poté sollevarsi ora. Intorno c’era animazione: stava approssimandosi l’ora della cerimonia. Per prima cosa si chiese se doveva andarsene o se era meglio rimanere per tutta la cerimonia. Si rispose che era meglio rimanere. Per il resto non cedeva ai suoi orecchi.
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