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Entriamo in un bar piuttosto fumoso, il mio amico vuole bere una birra. E' uno di quei bar da dopo lavoro, dove ombre umane cercano agio, nel poter vivere i loro sentimenti più reconditi altrove repressi. Qualcuno gioca a flipper, qualche altro a quelle nuove infernali macchinette, copiate dalle slot macchine di Las Vegas, ma da cui fuoriescono solo consumazioni. Regna il caos, come in qualunque sala da ricreazione che si rispetti, ora è lecito scravattarsi, e parlare il dialetto più stretto. I luoghi comuni su politica e tasse si sprecano, le ordinazioni fioccano sul barista, che lesto nel servire, deve sorridere alle solite battute. Alla cassa ci si bisticcia per pagare, "offro io" "no offro io, tu hai offerto l'altra volta" "e allora facciamo un altro giro", la cassiera conosce a memoria il copione, e venendo meno alla sua parte, senza neanche sollevare lo sguardo, continua a limarsi le unghie. Prendiamo una birra e ci sediamo, parliamo di qualche sciocchezza, ma si potrebbe anche stare zitti e guardare quei bambini che giocano, prima di rientrare tra le austere mura di casa. Entra un tipo singolare, barba lunga e abbigliamento un pò trasandato, si vede che è completamente a suo agio, come fosse entrato a casa sua. Si capisce subito che è il capo branco, tutti lo salutano, e lui prende a voci, (col fare canzonatorio dell'amico spassoso per natura), chiunque gli capiti a tiro, evidenziando così , a chi non lo sapesse, che quello è il suo bar, e che conosce tutti, e tutti devono conoscerlo se intendono frequentarlo. Con un rapido sguardo panoramico si rende subito conto degli intrusi, "noi". Si sarebbe avvicinato piano piano, come se non esistessimo, e con voce sempre più alta, avrebbe iniziato a scherzare col malcapitato più vicino a noi, e come per marcare il suo territorio, ci avrebbe fatto sorbire indirettamente la sua presenza con battute nuove al nostro orecchio, ma decrepite a quello del meschino, che un pò per educazione e un pò per rispettosa approvazione, avrebbe continuato a sorridere e distribuire assensi con il capo. Uso il condizionale, perché quello strano tipo e il mio amico si conoscono. Manco a dirlo, al nostro saluto non risponde, ma da buon ospite, ordina da bere e si siede con noi. Ci degna della vista delle sue pupille, solo dopo averci colmato i bicchieri, e mentre si accinge nell'arte della mescita, continua a tenere sotto controllo la situazione all'interno del bar. Dopo il rito del "salute" "cin cin", estrae un taccuino da tasca, e urlando contro la cassiera in fondo, chiede cos'ha fatto, questa senza scomporsi, abbozzando uno sbuffo, fa dei numeri con le mani, 4,17,18. "Porca puttana" seguì, "per uno". Il personaggio, ha perso la "tris" dei cavalli per un numero, difatti al posto del quattro, aveva preferito il sei, e per due unità la cinica fortuna lo ha privato di duemilioniemezzo. Dico privato, perché quando giochi e perdi per una sciocchezza simile, è come se ti avessero rubato i soldi da tasca. Sembra simpatico, ma di quelli che dico "vanno presi a piccole dosi", intraprende subito un monologo sulla birra, sostenendo che quel AG dopo varie parole in tedesco nell'etichetta di una Dab, vuole dire che è stata fabbricata ad Agrigento. Naturalmente nessuno, (compresi alcuni suoi amici sedutisi con noi) solleva obbiezioni, forse sempre per il sopradescritto rispetto, o forse come me, per non dare forma ad una discussione così inutile quanto rilassante. Tra una risata ed un esclamazione di stupore, ad onorare classici spezzoni di giornata, raccontati ora da uno ora dall'altro con l'enfasi di un bimbo, passa discreto il tempo, e le lancette dell'orologio, storiche nemiche del tempo perduto, fecero irruzione anche nelle menti dei più indisciplinati. Con un sincero arrivederci e un informale pacca sulla spalla, ci si rimanda al nuovo giorno, e con la porta del bar, si chiude il sipario di un teatrino di città come tanti, dove gli attori con una punta di amarezza, si levano il trucco per tornare ad essere la gente di sempre, quella che gira per le strade e che fa il contribuente. |