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Luminosa. Non ricordo, non ricordo. Luminosa, quindi, com'era la stanza e non luminosa in senso statico, ma in senso dinamico. Luci colorate che l'accendevano. E musica, Oh. La musica. Il resto. No, guardi, non insista, la prego, non mi ricordo. Va bene, ballava. Guardi: mi vengono le lacrime agli occhi, guardi, solo a pensarci. A lei, signor ispettore, non le vengono mai le lacrime agli occhi? A guardare una che balla, dico. Non insisto, d’accordo, non insisto. Lo chiamano il Vogue, ispettore. No, no. No. Ispettore, con la o chiusa. Vogue. Come il giornale di moda, sì, quello con le foto delle modelle. Si fanno delle facce, delle facce in quel ballo, a lei verrebbe senza ombra di dubbio da ridere ma a me quelle facce, quelle assurde facce non dico mi commuovono, sebbene in fondo di commozione si tratti, ma veda, veda, il pianto che suscitano in me quelle facce. Cosa ne posso sapere? Di gioia, di dolore, di sgomento, un tutt'uno, una pasta omogenea di tutti questi insoliti ingredienti che mi scuote e non riesco a fermare. E poi, e poi, eh, lei sorride, ma si fanno dei gesti, delle mosse in quello strano ballo, come a voler significare qualcosa che non appena lei è sul punto di averlo scoperto, dico, una minima chiave di lettura di quei gesti, di aver scoperto, insomma, a cosa alludono, proprio in quel momento lei è costretto a cambiare opinione, perché la nuova mossa, il nuovo gesto, ecco la mettono subito su un'altra strada e così per l'intera durata del ballo, delle luci, fino alla fine del viaggio. Di non divagare, certamente, di non divagare. Il fatto è che, veda, se non comprende (e badi, nemmeno io finora ho compreso, nella sua interezza) la cosa che è sotto, la trama in un certo senso, che sostiene e che al tempo stesso, agita, quei corpi, quelle figure, e non solo femminili, ispettore, no, il fatto è che io mi soffermo più a lungo, e’ vero, sui soggetti femminili, ma non assolutamente per questo si tratta solo di elementi femminili, perché esistono anche. Come dice? Non ricordo. Non ricordo. Con calma, ho capito. Allora guardi. Si ricorda il modo un po' buffo con cui si usava fare l'inchino ai primi dell'Ottocento? L'avrà visto a teatro. Più o meno. Ecco, quello: quello, è una mossa. E la fanno proprio così, le dico, la ripetono all'ossessione, e stanno attenti a muovere ogni più piccola e insignificante parte del loro corpo, sempre nel medesimo modo, perché si raggiunga l'effetto desiderato. All'inizio del ballo si può fare codesto inchino strampalato, e serve come presentazione, come dire a quelli che stanno guardando, dire ehi, questo sono io, il principe del Vogue, la regina delle danze. E sembrano dire anche, adesso guardate meglio, perché adesso arriva il bello. A questo punto. Sì, però la prego ispettore, non mi fermi più: io comprendo il suo stato d'animo, ma la gravità della cosa, e lei è in ansia perché di cosa grave si tratta, mi obbliga a farle un resoconto pulito e sincero di quelle che possono essere le emozioni di un essere umano normale, le ripeto: normale, come sono io, come e’ lei certo ispettore, in quei posti, fra quelle luci e quelle musiche oniriche. Allora, dove ero rimasto? Ah, certo, alla presentazione. E poi si accosta una ragazza. Le ragazze di oggi, caro ispettore, magari lei ha una figlia di quell'età, forse è stata la televisione, forse la nostra epoca ambigua e corrotta, veda, quelle ragazze, non tutte per carità, ma perlomeno le ragazze del Vogue, sanno impersonare questi istinti diabolici, come se li vivessero in quell'istante, e badi, non sono che ragazzine, che bambinette di sedici, diciassette anni. Le vede, magari vestite di nero, con quei cosi, come si chiamano?, quei fuseau, quei toppettini stretti, dai quali si intravedono i, va bene, non c'è bisogno di scendere in particolari, lei ha ragione ispettore, comunque guardi, creda, nella complessità della danza, tra i mille e mille inviti sottintesi, simboli di perversione, che in essa sono insiti e che di questa sono anzi la parte integrante, i pochi vestiti delle infernali bambine sono importanti, e, direi forse, necessari. Si avvicina dunque una di queste ragazze, slanciata e disinibita, presa dall'euforia del ritmo ossessivo, magari fa il verso al ragazzo che prima si era presentato. Il verso, come ora l'ho chiamato, è come, oddio non è semplice da spiegare, è come un far cenno di sì col capo, accompagnato da una mano che sembra chiedere e l'altra che sembra negare. Il verso è ripetuto al parossismo e l'osservatore non può fare a meno di domandarsi se quel gesto è un invito, un rifiuto, un compiacimento o un complimento, e alla fine si rende conto, tanto espliciti sono i movimenti del corpo, che è un insieme di tutte queste cose, è un darsi e un negarsi al contempo, è un applaudire silenzioso e ambiguo. Colui che danza, ma sì, quello dell'inchino ispettore, esegue ora con studiata calma, un passo nuovo, ed io sarei portato a credere che si tratti di un avvertimento, rivolto alla bambina: pare che le rivolga un lungo messaggio fatto di allusioni volgari, ma stranamente magiche: col ventre costui sembra avvisare la ragazza che se vorrà seguirlo, dovrà sottostare al suo volere sensuale, mentre con entrambe le mani, con movimenti simmetrici che anticipano ogni volta il ritmo imposto dai bassi, disegna nell'aria linee perverse, che dicono a tutti, guardate, la ragazza mi sfida e intendo battermi, e con il viso assume un'espressione ardita. La ragazza improvvisamente si porta davanti a lui e segue i movimenti delle sue mani e dei suoi fianchi, è chiaro che ha accettato la sfida, e nei loro movimenti diversi, nel loro muoversi al battere o al levare, compongono un insieme perfetto di armonia immonda, sicuro, immonda e lasciva, ma perdio armonico, ispettore. Le luci si fanno ora intermittenti, i colori di prima divengono un film in bianco e nero mai visto, la musica assume un andamento elettrico e freddissimo. Allora comincio a vedere più chiaro nella mia mente, i personaggi assumono un contorno più delineato. Capisco gli sguardi di poco prima, vi riconosco il mio passato. Ebbene, ispettore, in un lampo accecante di ragione riconosco nei lineamenti del volto di quella ragazza, nei suoi movimenti ambigui, aiutato dai suoi espliciti, già: ora espliciti, messaggi, ebbene dicevo, costei è nient’altri che la madre. Cosa fa? La prego, non mi prenda per pazzo: è pazzia veramente, ispettore, ma solo se osservata da una determinata angolazione. Non è tuttavia follia vedere oltre le trame comunemente accettate, oltrepassando le strutture che ci legano alla ragione, a quella cosa strana, caro ispettore, che le fa credere di essere lei, ma che in realtà agisce secondo regole universali già stabilite, e ne dipende, come un burattino dal suo burattinaio. La musica, i ritmi, le luci del locale, tutto questo mi ha spalancato gli occhi. Veda, ne ero certo: quella ragazza era mia madre, come l'avevo sempre immaginata da bambino, nella dolcezza dei miei sogni ancora limpidi. Capisce bene, ispettore capo, che la gioia di una tale epifanìa fu subito sconvolta da un pensiero turpe. E infatti: cosa fai, tu madre laida e snaturata, con quest'uomo che non conosco? Come puoi seguirne i movimenti delle anche lascive, senza accorgerti che tutti stanno guardando e giudicando la tua libidine senza freni? Come? Davanti agli altri, e, orrore!, davanti a tuo figlio. La musica è ormai un vortice di emozioni senza fine, il mio cervello esplode tanti sono gli impulsi che riceve. Il ragazzo nel frattempo si accorge che mi sono portato vicino a lui e il mio sguardo lo interroga con ferocia. Ecco, in quell'istante, mi si avvicina l'amica con cui ero entrato in discoteca. Amicizia, nient'altro, fino ad allora. E poi, in fondo, l'indecisa era lei, con la sua aria da ingenua, chissà poi quanti ne aveva dovuti far fessi. Ma io, no, io non mi ero scomposto, l'avevo capita. Fu proprio in quel momento, anzi, che ebbi tutto davanti agli occhi, potei discernere come stavano le cose con vista di falco. In convento, dunque, in convento! Che cosa avrebbe voluto farmi credere con quei suoi sguardi ipocriti? Si avvicinò e mi chiese, ricordassi le parole forse potrei essere più preciso, mi chiese se avessi capito il senso di quella pantomima, di quelle danze ambigue, e se mi piacessero (urlava, per superare il frastuono). Non lo aveva capito: scena nella scena, ma realtà. Ecco perché l'idea che avevo avuto non era suggerimento del maligno: davvero mio padre era stato assassinato? Davvero mia madre giacque nel letto del regicida! Pazzo, sì, pazzo dovevo essere se volevo impedire alla ragione di immobilizzare i miei sensi colpiti alla radice. Ma quale gesto folle e insensato - lei nella sua piccola visione del mondo, come si permette di giudicare? Altro, altro da quello che lei chiama omicidio: vendicatore dell'umanità, riscatto antropico fu il mio gesto. Per la memoria del padre assassinato - sebbene, caro ispettore, a volte, nella solitudine della mia colpa, ancora mi perseguita l'incubo orrendo di averlo ucciso io, quel mio padre Iperione, e di trovarmi solo con il coltello insanguinato e il letto nuziale disfatto davanti a me - il grido della sua anima che sconta una dura pena. Veda, il dramma della ragione fu quello di dovere scegliere: e dunque non un'azione, ma un pensiero fu quello che alla fine si impose. L'azione non fu che il suggello del pensiero, la vittoria dell'ambiguità: non giusto, non sbagliato: o giusto e sbagliato nello stesso tempo, e alla fine portato in Paradiso e all'Inferno, per il consiglio avveduto di un angelo-diavolo. Lei adesso vuole una mia confessione, ma caro ispettore, dunque ancora non si rende conto? La mia morte è stata segnata dall'atto della coscienza: come puo’ dunque uccidere uno che è già morto? Sia: mi sono scaraventato con furia, e sia!, omicida, su colui che, per sete di potere, nient'altro, usurpò il letto nuziale di mia madre. Vendetta totale per mio padre, accada quello che deve accadere. E poi. Sonno: assenza. Il nulla, e ancora: mi vedo scaraventato nell'abisso del nulla, coccolato da quelle dolci note, che si sono fatte via via più armoniose, più leggere, e mi portano ai confini dello spazio, ed io in volo, senza più peso alcuno, non più problemi e proscrizioni e vendette, né più guerra dei sessi e usurpazione e lussuria. Nella sua morte, la mia pace. E' naturale, perché veda, ispettore, dopo che la vendetta fu compiuta, nella sala la musica continuava ad andare, nonostante il sangue e le urla. La gente, quella più lontana, continuava a danzare. Fuori, un mondo luminoso ed estraneo continuava il suo tragico e incosciente, monotono e perverso cammino verso il nulla, accompagnato dai soliti discorsi vuoti, nelle parole così impegnate a descrivere cose che poi, in fondo, non contano nulla. Si rotola trascinandosi le ipocrisie di sempre, le decisioni prese per comodo, il tempo che alla fine, si vedrà, sono cose da venire, ci penserò. Non come il Vogue, caro ispettore. I giovani lo sanno, perché sono cose che non hanno ancora smarrito del tutto - sono venuti dal nulla prima di noi: il nulla ricordano meglio. Non l'ha mai sfiorata il dubbio, magari, che tutte queste pedine che ci circondano hanno il solo valore del simbolo che rappresentano? Dell'epifanìa che, se solleticate, manifestano? Eppure chissà, forse non esiste un percorso, un'affermazione ultima, ma una selva intricata di percorsi non solo non sono nostri, ma sono tutti contemporaneamente veri e reali. Di questo venivo a poco a poco più consapevole, trovando in me una calma più lucida, mentre il sangue ancora sgorgava dalla vittima sacrificale del mio gesto risoluto. Poiché così accadde, come era stato scritto: la mia amica esce di corsa dal locale e, sotto la pioggia scrosciante, scompare dalla mia vita. Ho saputo solo dopo che andò a telefonare a suo fratello, il quale prontamente chiamò la polizia. Quella strana, voluttuosa ragazza - mia madre, in quella che lei continua a chiamare follìa - si accascia sul corpo, macchiandosi del sangue di colui che le fece commettere il peccato più grave, e piange. Sono quelle lacrime e quel volto straziato - che attrice! quale ipocrisia! - l'ultima cosa che vedo; prima di essere trascinato qui, e sottoposto alla luce odiosa di questa lampada da terzo grado.
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