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Era l'aprile del 1990 quando Hans Aberle, capo turno di cella frigorifera in un'industria di alimentari di Grimma, si apprestò a compiere il suo primo viaggio verso il capitalismo. La Cortina di Ferro era caduta sei mesi prima, causando la chiusura di molte fabbriche nell'ex Germania Orientale. Dopo aver subìto il trauma della disoccupazione, alcuni dei conoscenti di Hans partirono per la Germania "ricca" in cerca di fortuna. Alcuni altri, che il posto di lavoro non l'avevano perso, decisero ugualmente di trasferirsi "dall'altra parte" con il dichiarato proposito di volere guadagnare di più. A Riesa, la cittadina in cui lui abitava, erano rimasti soltanto coloro che si sentivano visceralmente legati al luogo natio. Ma anche in questi tenaci patrioti l'abbattimento della frontiera con la Bundesrepublik aveva infuso irrequietezza, febbre di movimento, sete di novità. Hans e i suoi amici erano soliti incontrarsi nella locanda Testa di leone, dove, come lui poté rendersi conto, la noia si impadroniva di tutti quanti. Riesa non bastava più loro. Con l'appressarsi della stagione calda, parlavano sempre più frequentemente di andare a trascorrere le ferie nell'ovest della Germania. "Quattordici giorni, forse tre settimane per visitare i miei parenti "dall'altra parte" e poi torno." Ancor più, vaneggiavano di acquisire questo o quel bene di consumo che fino ad allora era stato fuori dalla loro portata: interi caschi di banane, un videoregistratore, un'automobile potente e scintillante... Intanto però la loro paga rimaneva modesta, mentre i prezzi si catapultavano alle stelle. L'oste della Testa di leone (prima un semplice dipendente statale, oggi un imprenditore privato) non concedeva più crediti, e non è che la sua birra avesse un sapore migliore solo perché Riesa apparteneva ora alla Repubblica Federale Tedesca. Così, spesso finivano con lo stancarsi delle consuete fantasticherie e, amareggiati, stavano a rimuginare in silenzio tra i fumi dell'alcool, per tornarsene a casa prim'ancora che la sera fosse maturata del tutto: chi a piedi, chi in bici e chi col suo Trabant. Il Trabant è l'unico veicolo che fu prodotto nella DDR; per decenni rappresentò il più importante oggetto di culto di quello che era, per autodefinizione, "il socialismo realmente esistente". Hans Aberle soffriva non poco a causa dell'incertezza che notava nei colleghi e negli amici. Tutti loro si chiedevano per quanto tempo ancora l'azienda in cui lavoravano avrebbe resistito alla nuova realtà del mercato; e si maceravano nel dubbio se recarsi "dall'altra parte" o se indulgere nella speranza di una miracolosa ripresa economica. Per quanto lo riguardava, Hans era del parere che un uomo, un individuo equilibrato e coscenzioso, dovrebbe rimanere fedele alla regione cui appartiene e affrontare insieme a tutti gli altri i periodi di cruccio così come quelli gioiosi e prosperi. Contro una puntatina saltuaria - a scopo educativo - in città e paesi distanti, non aveva invece nulla da obiettare: anzi. In tutti gli anni in cui aveva fatto il pendolare da Riesa a Grimma, da Grimma a Riesa (col trenino e con l'autobus dapprima, poi col Trabant), si era spesso lasciato andare a giochi di mente sovversivi: deviare verso una località intermedia, salire sul primo treno diretto all'Ovest e fregare così il Partito... Un sogno tanto eccitante quanto pericoloso. L'Ovest - già. E poi? Che ne sarebbe stato di lui, una volta approdato oltre il Muro? Inanzitutto avrebbe dovuto adattarsi linguisticamente a quell'ecumene (non è una semplice boutade il detto secondo cui tedeschi orientali e tedeschi occidentali necessiterebbero di un interprete per potersi intendere: troppo differenti, i dialetti); e poi, chissà, mantenersi a galla laggiù avrebbe potuto risultare molto più faticoso di quanto non lo fosse "da questa parte". E valeva la pena di intraprendere tale impresa, correre il rischio di trasformarsi in un Gastarbeiter, in un eterno straniero, solo nella speranza di mangiare chili di banane, possedere un cinema privato in soggiorno, mettersi al volante di un'automobile dai molti cavalli a vapore? Per Hans, nella vita contavano soprattutto altri valori: la fratellanza; l'amicizia. E poiché - come purtroppo si avvedeva - l'improvvisa, inaspettata libertà aveva semicancellato, sminuito e mortificato gli ideali di fratellanza e amicizia, deprecava, sia pure in segreto, la caduta del regime socialista. Gli incontri al Testa di leone (già Taverne Marx und Engels) si andavano vieppiù trasformando per lui in un'esperienza triste e tormentosa. Quei volti giallastri, delusi, depressi! E gli scambi di battute senza cuore, scolorite! "Buonasera." "Forse." La tavolata, un tempo spensierata e rumorosa fino a sfiorare l'osceno, assomigliava ormai a un'adunata di becchini a lutto. Voglia di parlare, confidarsi, sfogarsi. Ma spesso le bocche rimanevano chiuse. Volevo dire... Sì, continua! No, di' tu! Dica lei! Non volevi...? Pensavo che fossi tu, che fosse lei, che... Con sfumature d'imbarazzo. L'oste, anche lui già un vero compagnone, oggi si spazientiva: "Ehi! Nessuno ordina un'altra birra? Non avete sete nemmeno questa sera, eh?" "Com'è che la va al lavoro, Hans? Fa un bel tempo, neh?" Assomigliava alla prima lezione del "Compendio Sintattico-Lessicale dell'Est Tedesco". "Hai sentito della vittoria del Lipsia? Due a zero in trasferta." E le bocche tornavano a richiudersi. Ad un tratto il gatto (che prima si chiamava Krusciov e ora non aveva più un nome) si stiracchiava sul pavè, e tutti gli occhi gli si puntavano addosso. Sì, gatto? Voleva intervenire lei, gatto? Il felino si risollevava con aria nervosa e andava a cercarsi un posticino carico di elettricità meno artificiosa. Qualcuno allora socchiudeva le labbra, polarizzando su di sé l'attenzione allucinata e speranzosa degli altri astanti; ma era solo per infilarsi il dito mignolo tra due denti, e pulirseli con l'unghia. Una scarpa che scricchiolava o l'involucro di una caramella che veniva srotolato costituivano motivo di nuovi scatti di testa, ma la fiammella tornava subito a rispegnersi: falso allarme. E, tutt'attorno a quella tavolata di silenzi, c'era l'universo che sbraitava a piena gola come se le questioni di vita e di morte possano risolversi a colpi di decibel. Uno dei presenti, nostalgico della coloratura musicale dell'esistenza vera, andava a spalancare la finestra: allora il vocio, i rombi, gli stridori assumevano una consistenza quasi materiale. Ma, poiché si era venuta a creare una forte corrente d'aria, qualcun altro andava a richiudere la finestra: che era come abbassare il volume della radio di un tono o due. E l'oste sempre più nervoso. "Prendete almeno uno schnaps, ché non fa mai male!" ruggiva. Guardava i bicchieri sempre mezzo pieni. "Che faccio, ve li riempio?" ruggiva. Ruggiva sempre. Senza dubbio, il "leone" annunciato dall'insegna si riferiva alla sua persona. Poteva capitare, ovviamente, che ogni tanto si sviluppasse una conversazione normale, o l'abbozzo di una conversazione: "Sapete chi ho incontrato? Il Dieter. È tornato ieri con la moglie. Ora vivono a Brema. Staranno qui per tre giorni e poi se la squaglieranno di nuovo. Sono venuti in BMW..." "Ma va' là. Com'è che il Dieter ci ha la biemmevù, che l'è solo da sei mesi via?" "Lo sappiamo tutti che l'è solo da sei mesi via, che stai a contarcela a noi? Ma io non ci ho mica le patate sugli occhi, e l'ho visto bene il Dieter dentro alla sua biemmevù . Ci ho parlato pure!" "Beh, e che ce ne cala a noi della biemmevù?" interveniva Hans. Occhiate incredule si posavano su di lui. "Che ce ne cala a noi, dici? Quella sì che l'è una signora macchina, mica i nostri Trabbi !" "Trabbi": diminuitivo di Trabant. "Ma finitela, che il Trabbi l'è proprio ottimo e ci ha anche la pelle più dura di tutte quelle automobili "dell'altra parte"", perorava Hans. Un circolo di facce diventava un circolo di facce che si scuotevano da destra a sinistra a destra a sinistra a. "Hansi, caro Hansi" ("Hansi" è il vezzeggiativo di Hans), "sùzzati mò un'altra bionda che così ci fai un piacere al Leone e ci lasci in pace pure a noi con le tue strullate." E "Hansi", ubbidiente, suzzava la sua bionda e non aggiungeva altro. A lui il Trabbi non dispiaceva punto. Benché a quest'automobilina affibbiassero di continuo epiteti offensivi ("elettrocartone" era solo uno dei numerosi nomignoli), lui era fiero di possederne una. Per chi non ha mai avuto la ventura d'imbattersi in un Trabant, spiegheremo qui che si trattava di una piccola utilitaria dall'aspetto austero e nel contempo sbarazzino, una scatoletta le cui intercapedini erano imbottite di matasse di cotone e altro materiale non bene identificato. Quando nella Repubblica Democratica Tedesca fu avviata la produzione in serie del "modello popolare", le strade dell'emisfero occidentale erano solcate da quattroruote altrettanto minuscole: i maggiolini della Volkswagen, le vecchie Cinquecento con gli sportelli che si aprivano controvento, Mini Morris, Messerschmidt e perfino BMW dall'abitacolo angusto e la linea breve. Nella forma e nelle dimensioni, dunque, il Trabant rispecchiava lo standard internazionale di quegli anni (il primo satellite sovietico aveva appena cominciato a gravitare attorno all'orbita terrestre... "Trabant" significa, appunto, "satellite"). Il suo design veniva giudicato all'unanimità "elegante e armonioso". Ma l'epoca del maggiolino, della duecavalli e di altre vetture a formato ridotto era tramontata da un bel pezzo, e intanto il Trabbi non mutava di un iota. Certo, la vetturetta della DDR - il cosiddetto "Paradiso dei Lavoratori e dei Contadini" - poteva vantare eccellenti valori di frenata e di accelerazione, però non offriva nessunissimo comfort; per tacere del fattore sicurezza, che era uguale a zero: uno scontro frontale alla velocità di 40 km/h bastava perché l'automobilina si fracassasse completamente. A partire dagli anni Ottanta, voci maligne provenienti dalla Germania Ovest imputarono al Trabant la responsabilità maggiore per i malanni che affliggono la natura. Un'accusa totalmente priva di fondamento: in primo luogo perché la morte delle foreste e i gravi danni agli edifici e ai monumenti storici non erano fenomeni limitati alla sola area mitteleuropea; e secondariamente perché all'Ovest circolavano molti più veicoli che non all'Est, e tutti questi veicoli, o approssimativamente tutti, erano sprovvisti di marmitta catalittica. Comunque fosse, Hans Aberle rimaneva indifferente alla congerie di chiacchiere. "This car is my car": così suonava il suo motivetto preferito. E, adesso che la Guerra Fredda era finita, era più che mai deciso a lasciarsi alle spalle la Turingia e la Sassonia. A bordo del suo Trabant.
La maggior parte dei suoi amici accarezzava il sogno di recarsi ad Amburgo. Perché Amburgo e non, ad esempio, Francoforte o Monaco di Baviera, è presto chiarito. La metropoli anseatica può vantare un gioiellino paragonabile alla Rue de Pigalle parigina: il quartiere di San Pauli. Un'esposizione permanente di carne nuda, un assembramento di palestre del sesso; insomma: la galleria teutonica delle luci rosse. E, come può facilmente intuirsi, tutt'altro che un "gioiellino": San Pauli è piuttosto una vasta fogna in cui si annidano pessimi soggetti e dove va a scomparire il contenuto del portafoglio di ogni visitatore. Appare plausibile, tuttavia, il desiderio di tanti cittadini dell'ex Germania Orientale di andare a sguazzare nei suoi canali di scolo: dopo quaranta e passa anni di censura comunista, si avvertiva un notevole bisogno di pornografia. "Ad Amburgo me ci devo proprio andare, ché me la sogno notte e giorno." "Forse possiamo andarci tutti insieme, se ci organizziamo. Tu saresti della partita, Hansi?" "Io? No, io no. Io parto la settimana prossima per Montauban." "Montaché?" "Montauban. Si trova in Francia." A raggiungere Amburgo erano buoni tutti, ma Hans, ora che si poteva finalmente viaggiare, voleva farlo per davvero. "Andare lontano, voglio." "Sì, ma come mai la Francia? Perché Montcomesichiama? Che c'è di bello, là?" "Mi piace il nome. M'ispira." "Ma va', la Francia! Che nemmeno ti capiscono, e poi magari ti sperdi col tuo Trabbi !" "E no che non mi sperdo, che non ci ho mica i sassi nella zucca come voi." "Forse noi nella zucca ci abbiamo i sassi, ma tu neanche quelli!... E così il nostro Hansi ci lascia. Va all'estero, lui. Col Trabbi !..." Quella volta, la sua uscita dalla Testa di leone fu accompagnata da risatine di scherno; ma anche da occhiate ammirate. Non pochi dei suoi amici scommisero che non si sarebbe più rifatto vivo. Era già accaduto a tanti altri di dileguarsi per sempre, e quelli non avevano certo voluto raggiungere un posto remoto come la Francia, ma solo una qualche località lontana poche ore di macchina, una città situata appena oltre l'Elba. "È solo per qualche giorno", dicevano tutti; e non tornavano più. Figuriamoci quindi se tornava proprio lui, Hans, che era giovane, libero da ogni legame e aveva pure un carattere labiluccio! Ma la sua intenzione era, realmente, quella di stare fuori di casa soltanto per un periodo breve. Voleva andare a trascorrere le ferie in un posto che questi suoi amici un po' scemi non avevano mai nemmeno sentito nominare e poi fare dietro-front e spifferare loro tutte le meraviglie che aveva viste. Le ferie arrivarono e Hans, come aveva annunciato, si mise in viaggio. L'odissea della sua vita! Curiosamente, la sua prima tappa fu Grimma: Riesa-Grimma, il tragitto abituale di ogni mattina, per decenni. A Grimma imboccò l'autostrada - che era in pessimo stato - e procedette fino a Karl-Marx-Stadt (una città che era in procinto di riacquistare il suo vecchio nome: Chemnitz), e da lì verso Gera. Gera rappresentò per lui una sorta di bivio: avrebbe potuto infatti continuare per Jena, Gotha e Eisenach, e invece preferì l'altra soluzione, quella che lo conduceva a Hof e che era anche la via più breve per accedere nella Germania Occidentale dal vecchio territorio della DDR. Al punto di controllo (una volta dogana ufficiale, adesso un semplice sbarramento precauzionale) si ammassavano altri Trabant, ma anche Wartburg, Lada, Skoda... tutti automezzi fabbricati nell'universo già comunista. I due uomini in divisa gli fecero cenno di passare oltre e, prima di riacquistare velocità, udì come uno di loro spiegasse all'altro, dimostrando perizia e padronanza della materia: "Questi giocattolini sono una specie di duecavalli dei Rossi. Sono stati progettati con lo stesso concetto: raggiungere il massimo risultato attraverso il minimo sciupio di materiale e di lavoro." Superò il blocco della pattuglia in verde ceduo per arrestarsi una prima volta appena cinquecento metri più avanti, a un ristorante stradale. E qui si rese conto di trovarsi in territorio straniero, sui pascoli che per anni furono proibiti a lui come al resto della... mandria; di essere insomma giunto oltre i limiti del mondo conosciuto. Al posteggio antistante il locale non si vedevano molte vetture dell'Est, se si escludono quelle - più sfarzose - di marca giapponese o coreana. Parcheggiò senza difficoltà tra due limousine con targa tedesco-occidentale e, roteando comicamente gli arti per sgranchirsi, passò attraverso l'entrata di ottone lustro, dall'aria asettica. "Buongiorno", augurò a una delle banconiste. "Speriamo", gli rispose lei, che era indaffaratissima. Hans studiò i prezzi delle leccornie esposte e capì immediatamente il perché gli europei dell'Est disertavano posti come quello. Afferrò comunque uno dei vassoi e si accodò ai clienti già in attesa. Quando fu il suo turno, ordinò una bistecca alla viennese con contorno di insalata di patate. Chissà perché, la ragazza dietro al bancone non lo intese. Lui ripeté pazientemente l'ordinazione scandendo le sillabe, e finalmente il piatto richiesto fu buttato sul vassoio. Come bevanda si concesse la seconda o terza coca-cola della sua vita, e quindi s'indirizzò verso uno dei pochi tavoli vuoti. Il cibo era freddo ma buono; nelle bettole "di là" aveva ingoiato di peggio. Mentre desinava, ascoltò svogliatamente la radio che, in sottofondo, sfornava prodotti musicali dell'imperalismo occidentale frammisti a notizie di cronaca e a comunicati pubblicitari. Drizzò le orecchie quando fu la volta di 'Onda Verde': "Altri incidenti a causa della nebbia e della velocità troppo elevata. Soltanto dodici ore dopo la serie di scontri verificatisi sull'A 9, stamattina si sono registrati tamponamenti in Baviera, nella Westfalia a nord del Reno e in Lussemburgo: in diciotto punti differenti sono stati coinvolti la bellezza di centosettanta veicoli. Ripetiamo l'avvertimento: prestare sempre grande attenzione quando c'è nebbia fitta e fondo stradale umido. Undici tamponamenti sono avvenuti nella B 19 alla periferia di Würzburg: diverse automobili sono sfrecciate addosso alle vetture in coda alla fila; il bilancio: sette feriti. Un'altra collisione di massa sull'autostrada Dortmund-Ànnover ha provocato il ferimento grave di ventuno persone..." Hans Aberle osservò oltre la lastra di vetro alla sua sinistra: il sole splendeva su un paesaggio sgombro che si allargava al di là del doppio nastro d'asfalto. Una giornata ottima per le gite in auto, con strade asciutte e visibilità perfetta. Egli si ripromise tuttavia di guidare prudentemente nelle ore notturne e di prima mattina; di evitare, se possibile, intasamenti e di non affaticarsi troppo dietro al volante. Intuiva che il viaggio sarebbe risultato più lungo e travagliato del previsto. Mentre mandava giù gli ultimi bocconi della pietanza, origliò la conversazione che si stava svolgendo al tavolo vicino. A giudicare da come discorrevano, i due tizi che occupavano il tavolo dovevano avere appena fatto conoscenza. L'uno parlava con lo 'sc' (al posto della esse) che è tipico della Svevia, mentre l'altro tradiva la cadenza dialettale della Frisia. "E così vai in Svizzera." "E così vado in Svizzera." "Hai un bel pezzo di strada davanti a te. E poi, quelle seccature al confine!" "È vero. Credo che quei montanari lo facciano apposta: ce l'hanno ancora con noi tedeschi, dopo quasi mezzo secolo che Hitler è morto e sepolto! E dopo tutto quello che nel frattempo abbiamo fatto per la Svizzera, che altrimenti lì non ci sarebbero altro che orologi e formaggi con i buchi! Ti fermano, ispezionano a puntino la tua macchina e fanno un sacco di storie se solo trovano una piccolezza fuori posto. L'ultima volta è stato per la marmitta. Tutte quelle cretinaggini sulla protezione dell'ambiente... Come se non fossero loro a sporcare i fiumi con le loro fabbriche di detersivi!" "Ah, sì. Ho fatto anch'io le mie esperienze, su in Olanda e più giù, ai confini con l'Austria e con l'Italia. E ti dico questo: un doganiere che mi fa cenno di proseguire, per me è meglio di uno che mi fa cenno di proseguire dopo aver intascato le mie sigarette o la mia bottiglia di contrabbando." "Pensi che il traffico sarà intenso quest'oggi?" "In direzione Svizzera non so. Certo che la guida sarà più agevole per chi deve andare verso nord e non verso Monaco o Stoccarda... Essere l'unico automobilista che intasa l'autostrada: ecco il mio sogno!" "Ma no. Sarebbe tremendo. Almeno per me. Un'autostrada vuota è come uno schermo di cinema senza eroi." A questo punto entrambi rivolsero l'attenzione alla pulce di latta che sostava in mezzo alle loro supercilindrate. "Che auto incredibile!" "Assomiglia a una Cinquecento, direi." "No, non ci sono paragoni che tengono." "Arrivano lontano però, negli ultimi tempi." "Sì, ne ho avvistate due o tre a Roma, e anche a Londra. Ma quelle erano ridotte con l'avviamento a spinta, ormai." Risatine divertite. Hans non riuscì a terminare l'insalata di patate. Rimise sul piatto le posate e si avviò verso l'uscita. Colazionus interruptus. Uno dei due signori gli domandò, alle spalle: "Ehi, amico, appartiene a te quel coso?" "S... sì." "E dove sei diretto?" "A Montauban", rispose, lasciandoli interdetti. Montò sul Trabant e, conscio di avere i loro sguardi puntati su di sé, accese il motore con un solo giro di chiave e partì in retromarcia cercando di farlo urlare il più possibile. Abbandonò il nodo autostradale deciso a compiere un giretto per Hof, prima d'imboccare la statale per Bayreuth. Sfortunatamente per lui, la rush-hour aveva raggiunto l'apice, e ciò gli tolse la voglia di fare il turista in quel paesotto sul vecchio confine. Per alcuni minuti terribili si ritrovò incastrato tra altri veicoli e, pareva, senza la possibilità di riuscire a scovare una via d'uscita. Poi però, praticamente senz'accorgersene, s'immise a passo di lumaca nella circonvallazione, insieme al fiume di vetture. "Grazie a Dio!" esclamò. "Quando lo vedrò, glielo dirò", ribatté seccamente un altro prigioniero del traffico, alla sua sinistra. Si trattava di un ometto alla guida di un macchinone svedese. Come lui, l'ometto aveva abbassato i finestrini. Si guardarono: Hans boccheggiando come un pesce, l'altro ghignando sardonico e ammiccando lascivamente. Attraverso la nebbiolina di idrocarburi combusti. Il fiume si mise a scorrere più veloce, seguì la larga curva del corso predestinatogli, si scompose poi nelle sue particelle e, dopo il primo rettilineo, si affievolì in diversi torrentelli. Nuovi spazi. Spazi aperti. Macchie d'alberi. A Bayreuth ordinò una birra chiara in un baretto gestito da turchi. Il cameriere, scuro e con i baffi a manubrio, gli portò, disgustato, un bicchiere di acqua selters. Ja, ja, è molto difficile comprendersi nell'insalatiera che chiamano Germania. Si lasciò cullare dal paesaggio fiorito e leggermente bitorzoluto di quell'angolo meridionale della Bundesrepublik. Si fece sorpassare apposta da berline signoresche e da sportivissime coupé. "Apposta" è un eufemismo, ovviamente: anche se lo avesse voluto, non avrebbe potuto gareggiare con loro in velocità. Era già un miracolo se riusciva a seminare i trattori e trattorini degli spericolati contadini bavaresi. Qualche spiritoso ciclista dilettante si azzardò a sollevarsi sui pedali e premere con più forza sui pedali, come per sfidarlo a una corsa. Fece il pieno prima di affrontare i pendii dello Jura di Franconia, sui quali il Trabbi arrancò, ma che alla fin fine superò senza soverchia difficoltà. E poi, alle soglie di Norimberga, Hans si avvide del numero sempre più crescente di automobiline simili alla sua. Una di queste aveva, sul vetro posteriore fumé, la scritta: 'Road To The Hell'. Le mura medievali di Norimberga si stagliavano giallicce contro il cielo rosseggiante al tramonto. Chi è già stato a Norimberga sa che si tratta di un grande villaggio, più che di una città. Un posto del genere non sarà mai una metropoli: neanche tra cent'anni. Norimberga è un borgo che si raggruppa attorno a un castello sorto su una montagnola; tutto quello che circonda il nucleo medievale, e che per forza di cose ha un aspetto supermoderno, sembrerebbe sperduto e insensato se non vi fossero le arterie che lo tengono allacciato alla città vecchia, che rimane il vero centro della vita urbana. Sulle prime Hans aveva pensato di infilarsi nel Parkhaus a più piani di Marienplatz, ma, quando lesse la tabella con le tariffe, decise di parcheggiare all'aperto. Con molta abilità gli riuscì di occupare un paio di metri quadrati sotto a un marciapiede della Piazza Richard Wagner, non lontano dalla stazione ferroviaria, ed entrò nel borgo a piedi, passando per la Porta di Kartauser. In un negozietto del Vicolo Klara comprò dei "biscotti di Norimberga", che mangiò cammin facendo, ed era tutto sudato quando arrivò alla Casa di Dürer, localizzata piuttosto in alto su quella fiancata della montagnola. Il museo dedicato al grande Maestro del Cinquecento era già chiuso, ma Hans si dilettò ugualmente a studiare la scultura di bronzo piazzata poco discosto dalla casa e che, sulla base di un disegno di Dürer, riproduce un essere ibrido, l'incrocio tra un coniglio, un pesce, un uccello, un anfibio e altre bestie. Il divertimento maggiore gli venne però dall'osservare come si divertivano i turisti. Molti di loro - riconobbe immediatamente - provenivano come lui dalle nuove province orientali della BRD e, come c'era da aspettarsi, più che al cospetto dell'ibrido düreriano provavano piacere a rimirare le bizzarre nudità della fontana del Carosello Nuziale: baroccheggianti evocazioni sassoni in Bassa Baviera. L'oscurità non era ancora calata e già aveva scelto dove pernottare: su uno spazio erboso presso le Fosse della Porta del Re, a ridosso del muro di cinta della città vecchia. Lì si andavano raccogliendo straccioni, drogati e senzatetto vari per accamparvisi. Hans non poteva permettersi un albergo, e dormire all'addiaccio - si disse - sarebbe stato meglio che trascorrere la notte dentro al Trabant: soluzione, quest'ultima, che avrebbe di certo attirato l'attenzione dei gendarmi o, peggio, dei malintenzionati. La sera era frescolina, il cielo stellato. Protetto da una giacca a vento già in dotazione del Genio Civile della Germania Orientale, e sdraiato su un pezzo di cartone, poté dormire cinque o sei ore di fila tra ombre ambigue e nei vapori dell'urina di uomini e animali. L'alba lo vide camminare, intirizzito, verso una bettola dell'Hauptmarkt - il primo ritrovo che apriva i battenti -, dove bevve un tazzone di caffè debole servitogli da una burbera cameriera polacca. Ridiscendendo verso la Piazza Wagner, sentì delle voci provenire da quella direzione: come se tante persone si fossero date convegno, a quell'ora del mattino. Sulle prime pensò a un mercatino di frutta e verdura, ma poi riconobbe, nella polifonia agitata, il saliscendi melodioso e inconfondibile del dialetto che gli era proprio. Sbucò nella piazza uscendo dalla Via Lessing... e ristette. Dappertutto sostavano Trabant: Trabant come il suo ma anche Trabant ai quali era stato rifatto il trucco. Attorno ad essi, tedeschi orientali discutevano, sbracciandosi e in parte litigando, con cecoslovacchi, rumeni, tedeschi occidentali, americani. La metà dei presenti offriva le vetture, l'altra metà esternava l'intenzione di comprarle. Perfino accanto al suo Trabbi , che era rimasto ad attenderlo fedelmente per tutte quelle ore, sostavano due o tre interessati che ne studiavano lo stato della carrozzeria e si chinavano a scrutarne l'interno attraverso i finestrini. Si grattò la testa, allegro e perplesso. Sulla piazza ci saranno state, in tutto, venticinque vetturette cui i potenziali compratori rivolgevano attenzioni mai immaginabili prima. Chi l'avrebbe detto che questa modesta quattroruote potesse diventare un oggetto tanto ambito! Titolari di pizzerie italiane acquistavano un Trabant a scopo pubblicitario; ricchi texani che non avevano fatto in tempo a impossessarsi di un pezzo dello smantellato Muro di Berlino cercavano almeno di portarsi a casa uno o più Trabbi. Durante le trattative, soprattutto questi signori d'Oltreoceano ci davano dentro a mostrare i denti in una risata larga. Gli americani pensavano che il Trabant fosse uno scherzo, un'invenzione eccentrica anziché un'automobile vera, e facevano tanto d'occhi quando qualcuno spiegava loro che nell'ex Repubblica Democratica Tedesca non era circolato altro e che perfino la Volksarmee l'aveva avuto in dotazione... Sulla piazza non si trovavano soltanto i modelli comuni: qua e là spiccavano - corteggiatissime - le varianti: Trabbi argentati, Trabbi dorati; Trabbi trasformati in jeeps o in decappottabili; Trabbi che montavano pneumatici molto spessi o ruote sovradimensionali... Vi erano inoltre prodotti d' "innesto" che a Hans ricordavano la creatura fantastica, chimerosa, di Dürer: come un Trabant-Mercedes. Il Trabant-Mercedes era composto dalla parte anteriore dell'utilitaria "socialista" e da quella posteriore della rinomata vettura "capitalista": un po' il simbolo della Riunificazione tedesca - una simbiosi meccanica in cui elementi opposti e contrari erano stati infine saldati insieme. Ma la proposta che suscitava l'ammirazione incondizionata di tutti era senza dubbio il Trabillac, un Trabant che in qualche maniera era stato costretto al connubio con una maestosa Cadillac; e, ovvio, verniciato interamente di rosa. Nel salire sulla sua scatolina, Hans fu minacciato da presso da un scatenato terzetto di cacciatori di Trabbi. Questi tizi, che avevano quasi la bava alla bocca, gli urlarono offerte svariate nei rispettivi idiomi di difficile individuazione, accompagnando le grida barbaresche con sventagliate di banconote sconosciute (forse valuta olandese, portoghese, francese, italiana). Hans rivolse loro un sorrisino di scusa e alzò le spalle, prima di iniziare la manovra per uscire dal parcheggio e lasciare quel mercato dell'usato estemporaneo facendo la gimkana tra le mirifiche creaturine su quattroruote e i gruppetti di meno mirifici mercanti. "Incredibile!" si disse, scuotendo il capo. Rifilò delle pacche affettuose al cruscotto privo di qualsivoglia strumento sofisticato. "Incredibile!" ripeté, di buon umore, mentre seguiva i cartelli indicanti l'autostrada. Un raggio di sole andò a frantumarsi sulle lamiere concavo-convesse del suo trabiccolo.
Il Trabant era un prodotto d'improvvisazione, così come lo era stata ogni cosa costruita nella Repubblica Democratica Tedesca durante la storia poco più che quarantennale di questo paese comunista. Il milionesimo esemplare che era uscito dalle officine statali aveva scatenato l'entusiasmo dei bonzi e delle masse fedeli al Partito. Secondo quanto dichiarato dall'allora ministro delle Finanze, "per il nostro popolo il Trabant è più che sufficiente". Un grandioso evento era stato l'equipaggiamento del modello standard con tergicristalli (prima non ce li aveva neppure!). I cittadini della DDR dovevano prenotare con tanti anni di anticipo se volevano diventare proprietari di un'automobilina. Per motivi rimasti oscuri, infatti, la produzione di Trabant fu sempre molto lenta. Ciò dipendeva, presumibilmente, da fattori organizzativi. D'altro canto, la vettura era alquanto longeva: in media, infatti, rimaneva in circolazione fino a ventotto anni. Non pochi dei "compagni cittadini" erano pronti a scommettere che avrebbero partecipato al giubileo del diecimilionesimo esemplare... Ma era una scommessa che avrebbero perso: a causa del disintegrarsi del sistema. Nel 1989 il Trabant si meritò il titolo di Auto dell'Anno: con l'apertura delle frontiere, in autunno, si verificò un vero e proprio esodo di Trabbi verso ovest. Go West era la nuova parola d'ordine. Sia pure con minore intensità, l'esodo continuava anche nella primavera del 1990, come Hans poté constatare mentre percorreva - sulla corsia di destra - il tratto di autostrada tra Norimberga e Heidelberg. Il suo era tra i Trabbi più in buono stato che si vedessero in giro (gli era stato consegnato soltanto tre anni prima); il motore ronzava che era una meraviglia. Si concesse di sorpassare diversi "fratelli di carrozza", sentendosi a tratti come un generale che conduce le truppe alla vittoria (Vittoria: millantata prostituta). Sembrava che numerosi "occidentali" non potessero ancora capacitarsi della reale esistenza e, soprattutto, dell'effettivo funzionamento delle macchine "dell'altra parte". Hans fu bersaglio di sguardi disgustati, irati o sorpresi. Gli dava fastidio in primo luogo l'espressione vanitosa di coloro che erano alla guida di grosse automobili. Durante il sorpasso, rallentavano e guardavano sogghignando; per onore del vero, erano soliti sogghignare anche quei tizi che possedevano utilitarie appena appena più potenti della sua. Nei pressi dell'uscita per Stoccarda, incappò nel più terribile ingorgo della sua vita. Per ore ed ore non fu possibile guadagnare nemmeno un centimetro d'asfalto. Il peggio è che non tutti gli automobilisti ebbero il tatto di spegnere il motore, e così l'aria risultò ben presto irrespirabile. Parecchie persone scesero per far rifluire il sangue alle gambe; soltanto i possessori di supercarrozzate rimasero asserragliati entro le loro quattro pareti metalliche, i finestrini ermeticamente chiusi per non perdere nessuna nota del concerto quadrifonico di musica classica e per non guastare l'effetto benefico dell'impianto d'aria condizionata. Un uomo si avvicinò alla carovana di Trabant fermi al bordo e commentò, mostrando i denti sotto ai baffoni spioventi: "Guarda, guarda. I cari, piccoli puzzoni." "Piccolo puzzone" era uno dei nomignoli più ricorrenti del Trabbi. Hans osservò l'uomo con espressione vacua e quello, sempre ridendo sotto i baffi, passò oltre. Il "trabbista" che aveva preceduto Hans nella fila ora ferma gli si appressò per scambiare quattro chiacchiere. Dopo aver guardato la targa, gli chiese: "Da Erfurt?" "Da Riesa", rispose Hans, standosene appoggiato su una fiancata della propria vettura. "Da Lipsia?" domandò a sua volta. "Esatto. Da Lipsia città." Il "trabbista" di Lipsia gli offrì una sigaretta di marca 'Karo', che Hans rifiutò. "Ah, sei uno di quelli che fumano solo le occidentali?" "Non fumo affatto", puntualizzò Hans. "Dove sei diretto?" "A Xanten", rispose il "fratello di carrozza". "Si trova nella Bassa Renania." "So dov'è", affermò. "Xanten. Un bel nome. Originariamente si chiamava Colonia Ulpa Romana, non è vero?" Il fumatore di 'Karo' s'incupì. "Boh! Può essere... Sto andando là perché mio genero mi ha mandato a chiamare. Pare che ci sia lavoro nell'edilizia... Sei stanziato da quelle parti?" "Io? No. Ma mi interessa la geografia. Spulcio con passione negli atlanti, sai." "Ah", disse il fumatore, succhiando nervosamente dalla sigaretta. Guardò in alto. "Il sole picchia per benino, quest'oggi." Guardò poi verso la fine dell'ingorgo, ma la fine non era in vista. "Di sicuro ne avremo ancora per ore", reputò. E tornò a trotterellare verso il suo Trabbi. "Sì, ne avremo per ore", assentì lui tra sé e sé. Tossicchiò a causa delle fetide esalazioni dei tubi di scappamento. Osservò la colonna in cui era imbottigliato: non aveva mai visto tanti Trabant tutti insieme. Sembrava una parata organizzata.
Il ventun maggio di quell'anno sarebbe stato battezzato il tremilionesimo Trabant, uno degli ultimi della serie. Raramente i Trabbi superavano i controlli tecnici che erano obbligatori nella Bundesrepublik: la severa revisione per la carrozzeria e per il motore bocciava inevitabilmente la macchinetta "socialista". Ciò significava un mucchio di lavoro straordinario per gli sfasciacarrozze. Un Trabant rendeva fino a cinquanta chili di materia plastica; per fare un paragone, altri tipi di vetture ne rendono dai sessanta ai cento. Gli specialisti di recycling assicuravano che non c'era nessuna difficoltà a rielaborare quel tipo di sostanza. Beh, almeno si era trovato un aspetto positivo nel fenomeno della migrazione. Una cosa era certa: il Trabant viaggiava, lento ma sicuro, incontro al suo sterminio. Le colonne si rimisero in moto in un'agonia di ottani e, dopo l'uscita per Stoccarda, si assottigliarono, si rarefecero, si diluirono. Hans si godeva appieno lo spettacolo di stampo cabarettistico tanto frequente nel nostro "civilizzato" spicchio di globo. Superava automobili che normalmente sarebbero dovute essere più veloci della sua e, non appena aveva sfoggiato un sorriso d'orgoglio per i suoi CV, veniva bruciato sulla corsia sinistra da un "razzo" che ben presto spariva nelle lontananze d'asfalto. A circa venti chilometri da Heidelberg, un maialino nero fu la causa di tante emozioni fuori programma. Il suino, che probabilmente era caduto da un camion adibito al trasporto di bestiame, per prima cosa andò a urtare contro un'auto in corsa, provocando un mezzo infarto al guidatore. Quindi si piazzò sulla striscia centrale della carreggiata e prese a pascolare tranquillamente. Un giovanotto arrivato a bordo di un distrambo grifone demoplutocratico (un'Opel di media cilindrata) iniziò la caccia al porcello facendo roteare un lazo. Il maialino caricò il cowboy della domenica e lo mandò a sbattere contro il guardavia, procurandogli diverse escorazioni. Altri volenterosi fronteggiarono la fiera ideando tattiche geniali ma sfortunate, e per ultimo furono le forze dell'ordine, con l'ausilio di una rete, a catturare l'animale... Di sicuro quella sera alla mensa della polizia ci sarebbero state braciole grugnanti. Poco più avanti si era verificato un incidentaccio. Un carro rimorchio trainava fuori dai cespugli una macchina che si era ribaltata uscendo di strada; dai resti di un'altra macchina si sollevava una nube di fumo denso. Più in là c'era una motocicletta adagiata s'un fianco. Hans vide le ambulanze e vide gli infermieri che caricavano i feriti sulle barelle; vide due stivali da motociclista che facevano capolino da sotto una coperta. Pompieri spargevano sabbia sulle macchie d'olio, poliziotti misuravano le tracce delle frenate. Giungendo sulla scena dell'incidente, gli automobilisti rallentavano e avanzavano a passo di tartaruga per non perdersi lo spettacolo. Un uniformato con la paletta segnalava loro di proseguire, ma quelli se ne fregavano e guardavano lo stesso. Hans accelerò, provando un senso di raccapriccio. Non c'è da meravigliarsi se gli avvoltoi si sono trasferiti dagli spazi sopra i deserti a quelli che sovrastano le nostre autostrade. Fece alto in una cittadina non distante da Heidelberg. Mangiucchiò un paio di würstel in una taverna che, evidentemente, era frequentata soprattutto da camionisti. E ad un tratto uno dei camionisti attaccò discorso: "Bel traffico, eh?" esordì. "No, i trasmigranti non hanno nessuna colpa, secondo me. Perché prendersela sempre con quelli "dell'altra parte"? Sarò un sentimentalone, ma, poiché io stesso sono di origine rumena, vedo di buon occhio questi enormi spostamenti di massa. Ciò non può che favorire gli scambi culturali, di cui per anni si è fatto un gran parlare. Sono del parere che la colpa del caos sulle strade sia da imputarsi principalmente... alla polizia!" "Sì?" fece Hans, con blando interesse. "Certo!" esclamò il camionista. "Con i loro controlli a ogni incrocio, i poliziotti intralciano la circolazione. Lo giuro, lo giuro sulla mia statuetta di San Cristoforo: al prossimo intasamento tirerò fuori uno striscione con su scritto: 'LIBERA GUIDA PER I LIBERI CITTADINI - VIVA LA MOBILITÀ IRREFRENABILE !' Ancora uno schnaps, Kamerad? Andiamo, andiamo, offro io... È tuo il Trabbi là fuori? Non hai bisogno di sentirti imbarazzato. Io trovo che sia un cosino fantastico. Eppoi sei giovane, hai sempre tempo per comprarti una macchina più grossa. Certo che "di là"... da voi all'Est... avvengono adesso troppi incidenti: sembra che la libertà vi dia alla testa o, meglio, al pedale del gas. Mi sembra di vedervi correre con questi "elettrocartone"... quasi come all'autoscontro, eh? Beh, c'è poco da scherzare, considerati i morti e i feriti. Comunque, dappertutto è la stessa storia. Anche "da questa parte" non si lesina mica con la spericolatezza. A quanto pare sono impazziti tutti quanti, come se ci fosse un virus nell'aria... Devi sapere che io ho nel cervello come un ago di bussola..." "Un...?" "Un ago di bussola. Un ago che viene attirato da notizie apparentemente insignificanti, da trafiletti seminascosti, indicazioni cifrate, piccole lampadine che si accendono e si spengono... Tutto non fa che confermare la mia teoria: c'è un virus nell'aria che respiriamo. Io lo chiamo "il virus dell'aggressività". Gli incidenti stradali sono solo un aspetto del fenomeno. Prendi i cani. Sì, i cani! Ancora un liquorino... Dicevo: il miglior amico dell'uomo, come lo chiamano, in realtà non è che una cannibale allo stato latente, un mostro che aspetta soltanto un piccolo impulso per uscire allo scoperto. Non fraintendermi: io sono un amante degli animali, sono per la protezione della natura e tutto il resto. Fai conto che sia cresciuto in un canile. Ridi, ridi pure, ma è la verità. Quand'ero piccolo, un mio zio di parte materna... ma sto divagando. Volevo semplicemente raccontarti della mia scoperta. Da circa un anno leggo, sui quotidiani di tutta Europa (il mio mestiere mi conduce nei più svariati paesi), cronache terrificanti su cani che, senza una ragione apparente, assalgono non solo estranei, ma anche i propri padroncini, e li azzannano alla gola. Oppure staccano la mano a un bambino o a una povera vecchia che intendeva accarezzarli. O si attaccano con le zanne ai polpacci dei passanti e non mollano più la presa. Tempo fa un evento del genere era ancora raro: è da un anno, un anno e mezzo a questa parte che la ferocia canina si è sviluppata quantitativamente, e nelle ultime settimane, poi, m'imbatto sempre più spesso in simili notizie. Già: il virus. Il virus nell'aria, che non fa distinzioni tra bipedi e quadrupedi." Il camionista bevve tutto d'un fiato il contenuto del suo bicchierino e quasi si strozzò nel rammentarsi di qualcosa. Tenendo ancora il gomito alto, trasse da una tasca un foglio di giornale. Il foglio era piegato in più parti. Lo svolse, cercò e trovò un articoletto, poi porse il foglio al suo interlocutore. "Ecco la prova", disse. "Leggi." E Hans lesse: "Due pedoni si scontrano: un morto. - È accaduto ieri ad Ànnover. Lo studente Mark G. (25 anni) nel girare l'angolo di una strada si è scontrato con il pensionato Reinhard Mann. L'82enne Mann, che ha sbattuto la testa sul selciato, è spirato poco dopo durante il trasporto in ospedale. Mark G., processato per direttissima, è stato subito assolto dall'accusa di omicidio preterintenzionale. 'Una sfortuna del genere può succedere a chiunque', ha commentato il giudice. Mark G. se l'è cavata con una multa di mille marchi." "Cosa c'entra...?" farfugliò Hans, confuso. Il camionista tornò a infilarsi il foglio in tasca, dimenticando di ripiegarlo. "Cosa c'entra?" sbraitò. "Quando mai si è sentita una cosa del genere, un passante che prende una curva senza prima segnalare?... Cameriere, ancora uno! E per il Kamerad, qui..." "Oh, grazie, accetterei volentieri ma ora devo proprio andare." "Ti rimetti in moto?" Il camionista guardò pensoso dentro al suo bicchierino, prima di esclamare: "Attento al virus!" E ridacchiò contraendo una metà del viso. Hans non si volse nemmeno per gettargli là un saluto.
Attraversò Baden-Baden all'alba. Poco prima e poco dopo il famoso centro termale (frequentatissimo da turisti americani, francesi e arabi), passò sopra a corsi d'acqua che tradivano un alto grado d'inquinamento organico. Qua e là nel Sud-Ovest tedesco s'imbatté in monumenti curiosissimi che arrivarono a commuoverlo: Trabant cementati e forniti di lunghe gambe posticce, copie del cenotafio che si può ammirare a Praga; Trabant con i cingoli di carri armati; mezzi Trabant che facevano il muso uscendo direttamente dalla facciata di grattacieli appartenenti a banche e a compagnie d'assicurazione (si asciugò una lacrima - Si monumentum requiris circumspice...); e, sopra il profilo di una collinetta aprica, vide la carrozzeria di un Trabant montata sull'enorme telaio di un'escavatrice. Al di là del Reno: Strasburgo! - dopo un'interminabile attesa dovuta alla massiccia presenza di autocarri est-europei, i cui conducenti non erano in grado di presentare alle guardie di confine nessun documento attestante la località e la ditta destinatarie del carico. Sulle prime Hans non si rese conto di trovarsi all'estero, all'estero dell'estero: strade, facce, edifici gli erano familiari. Poi però notò le targhe sconosciute e, sempre più spesso, le sconosciute scritte: 'Attention! Chaussée déformée sur deux kilomètres.' 'Travaux.' 'Essence.' 'Voitures d'occasion.' 'Auberge de jeunesse.' Il suo arrivo, sulla rampa di fronte a quello che gli parve essere un ipermercato, attirò innumerevoli occhiate. Era felice, felice e vergognoso, e aveva le vertigini. Posteggiò e scese in fretta, per la prima volta desiderando di non essere identificato come il possessore di quella stranezza d'automobilina che spiccava in mezzo a veicoli più notevoli. Cercava un wc e un caffè, ma sulle prime non trovò né l'uno né l'altro nell'ammasso di vetrine, insegne e porte girevoli costellanti la parte inferiore dell'edificio che dava direttamente sui nastri paralleli d'asfalto. Si avvicinò a un signore che aveva l'aspetto di chi si trova nel proprio elemento e questionò: "Sprechen Sie deutsch?" "Nein. Et toi?" "Oh... grazie. Non importa." "Quoi?" Il signore lo fissò, poi allargò le braccia e riprese la sua strada. Finalmente trovò un compatriota, sebbene gli apparisse perlomeno bizzarro definire così un individuo che, come apprese, era di casa nel - per Hans - remoto Lago di Costanza. Tale personaggio si mostrò lieto di potergli essere d'aiuto: lo guidò alla toeletta e attese pazientemente che lui sbrigasse le sue faccende, quindi lo introdusse in un negozio con autoservizio. Mentre Hans consumava diverse brioches (una sorta di panini lievitatissimi che gli si sbriciolavano tra le dita) e si sorbiva un cappuccino (un lontano parente del 'caffè con panna' alla tedesca), Georg - questo il nome dell'uomo - gli raccontava di sé. Commerciava in lampade abbronzanti e per questo motivo faceva spesso la spola tra Friedrichshafen e Nancy. "E a volte arrivo fino a Parigi", specificò Georg. "Che cosa se ne fanno i francesi di lampade abbronzanti rimane anche per me un mistero, dato che in fondo qui da loro il sole splende più a lungo e con maggiore intensità che in Germania." Quindi volle sapere quale attività svolgesse Hans. Hans glielo disse. "Celle frigorifere, ah, ah", rise Georg. Pareva avesse cinquantasei denti. "Praticamente lavoriamo in due campi opposti e contrari." Non perse l'entusiasmo nemmeno quando Hans gli indicò il suo Trabbi attraverso i vetri del ristorante. "Carino, carino davvero." E insisté per pagargli lo spuntino. "Non c'è di che. Lo faccio volentieri. Inoltre, guarda, ti do il mio biglietto di visita. Dato che abiti "di là", potrebbe saltarti in mente di assumere la rappresentanza della mia ditta. Le province del Nord-Est, come le chiamiamo noi, costituiscono un terreno interessante, perché ancora vergini." "Chi lo sa? Un giorno..." borbottò Hans, intascando il cartoncino. Prima di congedarsi definitivamente, il vivace ed energico venditore di soli artificiali gli fornì l'indirizzo di una pensioncina di Strasburgo che, come assicurò, faceva ancora prezzi "di prima della riforma monetaria". "Della riforma monetaria francese, si capisce... Guardati con calma la città. Lo sai che è un po' la capitale della nuova Europa, no?" No, Hans non lo aveva saputo. Decise di seguire il consiglio del compatriota e, trovata la pensioncina, che era situata in una pittoresca viuzza con i balconi straboccanti di fiori, prese una stanza. "Per quanto tempo pensa di trattenersi?" inquisì il ricezionista, che parlava tedesco sia pure con l'accento morbido dei francesi. "Fino a domani, dopodomani al massimo", rispose Hans. Non aveva scordato di voler raggiungere Montauban. Montauban: una località che lo affascinava per il suo nome. Si può dire, più precisamente, che la meta del suo viaggio era... il nome stesso. Può sembrare strano, ma in fondo è normalissimo. Nessun sogno potrebbe mai essere realizzato se gli uomini si rifiutassero di prendere in considerazione i simboli, i segni colti per caso o percepiti nei momenti in cui le cose tangibili perdono la loro importanza. Hans si rendeva conto di stare seguendo il richiamo di una parola dal suono dolce, melodioso, nonché esotico; bisognava per questo considerarlo un acchiappanuvole? Quando un individuo è folgorato da un'ispirazione, egli avverte, nelle immagini che penetrano attraverso la finestra della sua anima, che a ogni fantasia corrisponde un oggetto "mondano". L'oggetto concreto non possiede i medesimi colori del suo archetipo psichico e spesso non ne possiede nemmeno le forme; ma può tuttavia servirci per collocarci su un avamposto del vecchio mondo da dove possiamo scrutare più a fondo gli Antipodi. Montauban! Hans pregustava già il soggiorno in un piccolo reame dove - pensava - il tempo si era fermato; la "candela della visione" in una mano e lo specchio (retrovisore) di Lewis Carrol nell'altra: pronto per cominciare un viaggio ancora più lungo, non il viaggio di un turista qualsiasi ma quello di un visionario, di un mistico, di una Sibilla, di un artista... Un'esperienza meravigliosa e terribile cui agognavano lui... e il suo Trabbi. Dappertutto nel mondo regna il caos, ogni cosa è come prigioniera di un vortice senza tregua. Unicamente le pays d'éclairement resta al suo posto, immutato, magico luogo in cui ogni granello di polvere ha più valore dell'oro; città fiabesca di cromo e nichelio, d'acciaio temperato e di alluminio inossidabile; e di muri e cupole di vetro. Toccava a Hans e al suo puledro dai malinconici occhi-fanali scoprire questo paesaggio eterno immerso in una luce forse anch'essa destinata a spegnersi con gli anni... "Ehm", tossicchiò il ragazzo alla ricezione. "Fa sessanta francs." "Oh, io..." "Può pagare domattina, se non ha ancora scambiato." Hans Aberle lasciò l'utilitaria nel parcheggio riservato ai clienti della pensione e andò a guardarsi l'ideale Caput Europae. Tavolini all'aperto, una fontana, chioschetti e bistros, fiori fiori fiori, la lingua rrrrutilante. Ma anche - davanti a un boccale di birra - vociosi, ilari teutoni. Frasi colte a volo: "Quanto è stata lunga l'attesa al confine?" "Per me dieci sigarette, per mia moglie due tavolette di cioccolato." "La radio ha annunciato sedici chilometri d'intasamento allo svincolo per Lione. Hai sentito anche tu? Dobbiamo andarci assolutamente!" Hans sorseggiava un caffè in balia di pensieri slegati. Guardando la strada, si chiedeva come mai i capelli di alcuni autisti di cabrio ondeggiano per via del vento mentre i capelli di altri autisti di cabrio sembrano incollati al cranio. E ad un tratto gli si offrì una scenetta fuori programma i cui protagonisti erano due asiatici, presumibilmente cambogiani. Uno di loro si trovava dentro a un autobus in partenza e, il naso schiacciato contro un finestrino, apriva e chiudeva la bocca, gesticolando selvaggiamente. Potevano udirlo soltanto gli altri passeggeri del mezzo pubblico. Il secondo cambogiano era rimasto fuori, sul marciapiede opposto, e anche lui apriva e chiudeva la bocca e faceva un gran gesticolare, rivolto al compare. Lo potevano udire tutti quanti nel giro di due isolati, senza che nessuno potesse capire ciò che stava urlando - a meno che non vi fosse un terzo cambogiano nei paraggi. L'autobus partì, portandosi via il confuso e avvilito passeggero. Hans pagò e riprese a trotterellare. All'improvviso, una ragazza meravigliosamente pneumatizzata gli si avvicinò. I suoi occhi erano blu e umidi: aveva pianto; piangeva. "Mon meilleur ami s'es tué dans un accident", disse la ragazza, gommasticando. "Uh? Non intendo", balbettò Hans, sorpreso da quell'approccio. "Si vous avez chaud, je peux vous offrir des pêches. Chez moi." "Ma son tutti tocchi!" pensò, mentre con la coda dell'occhio vedeva il cambogiano rimasto a terra lanciarsi all'inseguimento dell'autobus. Disse alla ragazza: "Può ripetere scandendo le sillabe, per favore? Ma no, non serve." Non serviva: a scuola gli avevano dato da studiare il russo, non il francese. Si sentì comunque toccato da questa creatura che non smetteva di ruminare mentre sulle guance le colavano certi goccioloni grossi così. Avrà avuto sedici, diciassette anni al massimo. "J'ai rêvé de toi." "Blablabla", fece lui. E, senza un motivo apparente, scoppiò a ridere. Rise e rise come se gli avessero appena raccontato una formidabile barzelletta. La pupa smise contemporaneamente di ruminare e di essere contrita. Dopo un secondo o due di stupore, rise anche lei. "Tu es gai de caractè", disse poi, o qualcosa del genere. E passò oltre. Hans la seguì con lo sguardo mentre lei sputava a terra la gomma e si metteva a canticchiare un'allegra melodietta. Si recò in una banca per scambiare i soldi che gli erano rimasti e, dopo aver fatto una lunga passeggiata, si apprestò a rientrare alla pensione. Poco prima che arrivasse, si verificò un evento inaudito che sembrava confermare le sue congetture sulla sanità mentale di chi abitava in quella città ("un virus nell'aria?"): un'automobile gli sfrecciò sotto il naso a quasi centocinquanta chilometri orari, evitò per miracolo due o tre veicoli e poi, sbandando, andò a schiantarsi contro un muro, frantumandosi con un assordante frastuono di lamiere e vetri rotti. Hans accorse verso i resti fumanti del bolide e, come tanti altri passanti, dubitava fortemente che il folle conducente fosse sopravvissuto al botto. E invece, emettendo un "Ooooh!" corale, tutti quanti presero nota che qualcosa si muoveva in mezzo alle rovine dell'automezzo. Dopo qualche secondo, un giovanotto sgusciò da quello che era stato il posto di guida. Strisciando sul marciapiede cosparso di frammenti di vetro e parti di metallo incandescente, il mattoide patentato sorrise alla platea. Quindi si tastò il corpo per constatare di non aver riportato gravi ferite e infine si rizzò all'impiedi con un agile saltello. Sembrava un serio e simpatico individuo, più che un pazzo scatenato. "Non è niente, non vi preoccupate", proferì in inglese. "Come, niente?" gli fu chiesto dalla folla stupita. "Poteva lasciarci le penne. E, peggio ancora, uccidere degli innocenti." Osservando malinconicamente i rottami in parte incastratisi nel muro, egli prese a spiegare: "Io c'entro solo un po'. È stato il computer. È lui che è impazzito." "Il computer?" Il giovanotto spiegò di essere un garagista appassionato di elettronica. Proveniva da Stafford, nell'Inghilterra meridionale, ed era in Francia per le ferie. Mesi prima aveva avuto la "grande trovata" della sua vita: applicare al suo 'turbo diesel' un congegno di guida computerizzato. "Giuro che fino ad oggi non avevo avuto alcun contrattempo", assicurò, grattandosi pensoso la barbetta rossiccia. "E ora... Forse il caldo di queste latitudini ha mandato in tilt l'elettronica..." E si chinò sulle lamiere contorte come per voler individuare tra di esse il computer di cui parlava. Ma i flics accorsi in quella non gliene diedero il tempo. L' "inventore" fu costretto a montare su un'autopattuglia e fu condotto alla più vicina gendarmeria.
Mentre saliva i gradini dell'atrio della modesta pensione, Hans Aberle si sentiva esausto, sfinito ("Un virus nell'aria?" continuava a ripetersi, perplesso). Soltanto l'idea di poter trascorrere la notte su un autentico letto lo faceva gioire. Al portiere disse: "Sono andato a scambiare. Posso pagare, ora." "Ma no, Fritz. Può pagari domattina, come ho già detto." "Io non mi chiamo Fritz. Mi chiamo Hans." "Va bene. La colazione a che ora vuol farla, Franz?"
Di buon'ora lasciò Strasburgo in direzione Phalsbourg, verso nord. Fu spaventato dal rodeo sull'autostrada cui partecipavano diversi TIR. Il rodeo comincia quando l'autista di un bestione mostra le corna a un bestione d'autista. Più tardi incappò in uno di quegli imbottigliamenti pasquali che nulla hanno da invidiare agli imbottigliamenti delle vacanze estive. In un ristorante sull'autostrada fece alto e, completamente snervato, ordinò lumache. Erano le prime lumache della sua vita, che gli diedero parecchio da riflettere circa la Francia e il popolo francese. Si sorprese ad assennare: "Addirittura lumache! Questo significa mangiarsi tra simili..." Alla cameriera venuta a prendere l'ordinazione aveva indicato la parola escargots sulla lista delle vivande senza sapere di che cosa si trattasse. E come poteva sospettare...? La terra dei grandi ingegni, della Rivoluzione, degli Enciclopedisti! Già, ma come la mettiamo con la ghigliottina? E con gli esperimenti nucleari sugli atolli del Pacifico? Ma Montauban si trova proprio in questo paese, e perciò merde a tutte le illazioni! Montauban, la Montauban del suo sogno di vecchia data (già da scolaretto era rimasto colpito dal nome; aveva messo il ditino sull'atlante geografico ed ecco scaturire il fascino. Erano stati il gioco e il caso ad appioppargli quella fissazione; un fatto non troppo insolito, in verità: ognuno di noi sviluppa le sue manie in ancor tenera età), la Montauban sita al centro di un paesaggio di pastorale bellezza, non lo avrebbe tradito. Sui cappelli dei suoi abitanti (di ciò era più che certo) non gravavano nuvole di "virus dell'aggressività". Intanto, a mano a mano che l'Alsazia e la Lorena si allontanavano e lui si addentrava sempre più nell'incognito, la comprensione con gli indigeni diveniva più che ostica. "You speak deutsch?" "Du sprechen anglais?" In un inglese arrangiato, qualcuno gli chiedeva di che razza fosse la sua auto. In un arrangiato inglese, Hans chiariva ciò che aveva appreso da poco tempo: "È una razza di vettura ricercatissima in Occidente. Oggi la trasformano in coupé, viene supermotorizzata, fornita di climatizzatore a ricircolo d'aria, di doppio airbag, di cinture con pretensionatori pirotecnici e..." "E... basta per tutti gli usi, "di là"?" A questo punto s'indignava. ""Di là"" (calcando sulle sillabe), "abbiamo prototipi svariati, ricavati dal modello standard. O, meglio, ne abbiamo avuti: prima che l'altra Germania ci annettesse a sé. Pitturato in verde e bianco, il Trabbi era l'auto della nostra polizia. Con alcuni ritocchi nella parte posteriore, è stato un ottimo furgoncino. Con il montaggio di una gru ha funzionato da carro rimorchio. Nella variante per i vigili del fuoco, poteva pavoneggiarsi in un rosso acceso. E poi c'era la 'Diplomat'..." "Una limusina diplomatica?" "Esatto. Vedi che ci arrivi anche tu! La Diplomat non era altro che un Trabbi allungato all'inverosimile e con due file di sedili in più. Misurava quattro metri e ottanta e poteva facilmente trasportare sei persone... Ma ormai è tutto finito", Hans accarezzò affettuosamente il tetto del suo trabiccolo, "tutto finito." "Non del tutto, amico", intervenne un secondo sconosciuto. "Eh?" "Sulle strade della Costa Azzurra ho visto alcuni di questi... di questi veicoletti ritrasformati in cabriolet. E, ti dico, stanno raccogliendo un enorme successo. La tua carriola te la comprano subito, se scendi da quelle parti." "Non scendo da quelle parti. Vado a Montauban." "Beh... Tanti auguri, allora!" Tornò sull'autostrada, ne uscì, vi ritornò. Ormai aveva instaurato un rapporto di sentimenti contrastanti con quella che in teoria dovrebbe essere una congiunzione superveloce tra due località distanti. Durante gli intasamenti, quando si formavano delle colonne che sarebbero state capaci di fermare l'Esodo del popolo eletto e far urlare Mosè per la disperazione, faceva la conoscenza di facce che alternativamente, a seconda dello svolgersi del traffico (una volta era la loro fila a guadagnare metri preziosi, la volta successiva era quella di Hans), si rivolgevano verso di lui oppure lo ignoravano volutamente. I bambini si esercitavano nelle boccacce, mentre il papà (la mamma) guardava in avanti con nonchalance o gli dedicava un bel sorriso prima di dare gas. Spesso s'imbatteva in fisionomie straordinarie, ma altrettanto spesso gareggiava con loro in straordinarietà. Quando il traffico infine si dipanava, per gli altri valeva la solita regola: la potenza del motore stabiliva se dovevano mangiare polvere o farla mangiare. Per Hans valeva una regola speciale: lui la mangiava in ogni caso. Percorse la provinciale per Luneville (a sud-ovest di Phalsbourg) e da Luneville si indirizzò verso sud, a Épinal, per poi raddrizzare la prua e "tagliare" in direzione Guascogna. Alle spalle (o a poppa, se si vuole) si era lasciati i Vosgi, La Lorraine e Langres sull'omonimo altopiano. Nelle amene regioni che ora attraversava, il suo era ormai l'unico Trabant visibile. Immaginava che, per davvero, gli altri fossero tutti sulla Côte d'Azur... Il commento udito in una stazione di servizio: "Capisco venire fin qui col maggiolino, che è ancora una macchina come si deve; ma con questo... con questo arnese, che c'inquina pure l'aria!" La sua odissea cominciava ad assumere una piega allucinante; il suo era il viaggio di un fanatico avventuriero. Si era forgiato da sé il vessillo di una nuova, donchisciottesca crociata. Hans Aberle: cavaliere frustrato, deriso, sudato, mal rasato... ma col serbatoio mai vuoto. Il vuoto era nelle tasche, semmai. Ma cosa importa! Finché la sua pompa cardiaca lavorava come quella di un angelo in permesso di libera uscita, era tutto okay. La Borgogna gli si presentò sotto forma di una composizione musicale ricca di sfumature: il mozartiano Concerto in do minore s'interrompeva appena dopo il primo movimento per essere sostituito dai madrigali di Gesualdo. Le ferite nel suo animo cominciarono a richiudersi: un processo di risanamento che equivalse a un intervento chirurgico senza anestesia; grandi quantità di adrenalina e istamina si riprodussero nei suoi gangli lombari, l'una sostanza causando reazioni allucinogene, l'altra provocando una sorta di choc. La psiche trionfò sul corpo; Hans Aberle fu ancora e solo volontà fornita di occhi per guardare la strada, mani per reggere il volante e piedi per azionare i pedali. "A Montauban! A Montauban!" Neanche nomi certamente altrettanto evocativi quali Bourbon e Limoges poterono fargli cambiare idea. "A Montauban!" Sempre più desolati scorci, teatri disertati al di sopra dei quali si svolge l'antichissima lotta tra le forze della Luce e le forze delle Tenebre. Un Trabbi, tutto solitario, spetacchia miraggi medievali lungo il corso della Garonna. "Tutte le strade portano a Roma. Roma è nella direzione opposta, e per questo laggiù il traffico è caotico, mentre qui..." Mentre qui: la campagna di un famoso dipinto di Breughel il Vecchio da cui sono stati sottratti i contadini. Alberi esili che s'ingrossano alla base, come siluette di personaggi del passato, mitiche figure di emigrati impiantatisi in questo incantevole - e incantato! - angolo del continente; Carolingi che hanno deposto le armi, Ostrogoti fuggiti oltre le linee del nemico. La Dordogna... la Gironda... ed è l'oceano, quello? Mare magico, mare bello. Sì, dev'essere l'Atlantico. A questo punto la geografia non soccorre più Hans, il quale, come tutti i veri grandi avventurieri, viaggia senza l'ausilio di mappe. "Vuole andare a Montauban, lei? Ma allora deve tornare indietro. Montauban si trova a nord di Tolosa." "Presso Moissac, sul Tarn. Viene di là? No? Dunque: la Garonna. L'ha presente, sì? Bene, deve ritrovare la Garonna." "Un momento. È proprio sicuro di voler andare a Montauban e non a Montalbàn? Perché, se è a Montalbàn che deve andare, qui non ha proprio nulla da cercare." "Montalbàn è in Spagna. Sotto Saragozza. Ma credo che il signore non si sbaglia. Lei cerca Montauban di Francia, vero?" "E con questo catorcio arriva da tanto lontano? Dalla Germania dell'Est? Fin qui?" Una gran confusione. Erano stati gli alberi a condurlo sulla via errata. Alberi insoliti, magrolini, cresciuti su radici poderose: come quelle antiche statue di eroi che poggiano su piedi enormi incollati alla base con tutta la suola (il problema dell'equilibrio, fino ad oggi solo parzialmente risolto). E poi i cartelli indicatori: 'Montauban di qua', 'Montauban di là', 'Tournez a gauche', 'Tournez a droite'... "Mi perdoni: Montauban?" "Non, non... je ne sais pas." Trovare Montauban non risultava così facile come recarsi da Grimma a Riesa. "Sono sulla via giusta per...?" "Sulla via giustissima!" Su e giù per tornanti con perigliose inclinazioni: come al luna-park. E ad un tratto la curva imprevista: stretta, in discesa, con un repentino angolo a sinistra dopo la finta a destra. Il Trabbi si rigira più volte su se stesso. Un fracasso infernale esplode nella calotta cervicale di Hans Aberle. La macchina rotea e rotea senza sapersi decidere se il cielo stia in alto oppure in basso. E, per qualche istante, Hans vede la sua Montauban: il capolavoro di un gioielliere divino, di un architetto dell'Assoluto con una predilizione per le gemme luccicanti. Diaspri incastonano le mura esterne della città, icone e altre immagini addobbano le pareti di ogni magione, e perfino le montagne e i massi sullo sfondo hanno un brillio lussureggiante. I colori sono più smaglianti e più puri che in ogni altro regno della fantasia. La fontana del Carosello Nuziale è attorniata da fanciulle e fanciulli seminudi ornati di fiori, di conchiglie, di penne di uccelli, e nessuno ha una risata malvagia sul viso. Un raggio di sole viene interrotto a tratti dal battito d'ala di una grande farfalla. Questo non è frastuono: è una musica soave. E Hans Aberle intravede, sullo schermo della sua fantasia, un Hans Aberle colmo di gioia che, sulla Piazza Richàrd Wagnèr di Montauban, ispeziona con perizia le carrozze dorate - destinate a essere trainate da horse-power - che sostano tutt'attorno... E poi il Trabant la smette di fare le capriole e, quando si ferma definitivamente, l'universo è capovolto. Un silenzio perfetto. Lunghi fili d'erba penetrano attraverso l'apertura del finestrino. Si muove piano. Gli occorre un po' di tempo prima di capire da che parte spinge (o tira) la forza di gravità. Lo sportello viene faticosamente aperto. Si getta di lato, e dunque fuori. No, davvero, questo silenzio... Si palpa l'addome, le gambe, la testa: niente di rotto? Qualche graffio e basta. Dopo un simile capitombolo c'è da rimanerne quasi delusi! Accorse un villano, un ometto tozzo con, sul capo, un basco rigonfio. Hans si specchiò negli occhi stupiti del villano. Due parole da parte sua, due da parte dell'ometto; stranamente, si compresero molto bene. Nella propria voce, udì un sottotono estraneo. Si allontanò con lentezza ma anche con perentorietà dalla vettura, oscena perché a ruote all'aria. Una delle ruote stava ancora girando. Si allontanò in quanto una volta qualcuno gli aveva spiegato che così si deve fare, perché non si sa mai, perché potrebbe esplodere. Esplodere... il "puzzone"? L'"elettrocartone"? Ma fatemi il piacere! Mosse dei passi storditi. Era un posto isolato e soleggiato; sassi bianchi; cespugli; il nastro bituminoso della strada che aveva percorso fino a qualche minuto fa. Da una fattoria non lontana stavano accorrendo altre persone. Si girò a guardare verso il basso. Ecco lì il Trabant, il bambino-del-cuore di un popolo intero; non poté mai correre sul serio, ma arrancare - questo sì -, arrancare fino alla morte. L'ometto tozzo dialogava adesso vivacemente con gli altri contadini. Adesso il silenzio era rotto per davvero. Hans prese a camminare: verso est, verso la locanda Testa di leone. Ancora una manciata di giorni e anche lui avrebbe potuto sorridere di questa storia. |